Rikard Sjoblom (Beardfish)

Rikard Sjoblom (Beardfish)
“La luce sul Prog non si è mai spenta, è stata solo offuscata in attesa di nuova energia dal risveglio delle coscienze....”. (Mauro Pini)

lunedì 31 maggio 2021

Noisy Diners

L'ensemble dei Noisy Diners si è formato grazie a nomi già noti e apprezzati del mondo musicale quali il tastierista Cristiano Roversi (dai Moongarden in avanti, una delle principali icone per noi vecchi melomani progressivi) e il chitarrista Fabrizio Dossena (ottimo interprete di De Andrè). 
Il loro album di debutto "The Princess Of The Allen keys (The history of Manto)" , registrato con l'auxilio di alcuni ospiti tra cui spicca lo svedese ma statunitense di nascita Nad Sylvan l' attuale vocalist di Steve Hackett, è stato rilasciato digitalmente nel gennaio 2021 e come supporto cd il 21 maggio c.a.. Il vinile probabilmente uscirà in autunno.
Il disco, dalle tinte rock opera e primo atto di una trilogia, è un concept album che "racconta" la leggenda della maga Manto (per la mitologia greca terza figlia dell'indovino cieco Tiresia di Tebe) e della nascita della città di Mantova (luogo di residenza dal 2012 di Dossena) per approfondimenti: https://www.giovannipasetti.it/scrigno/mano2.htm
Sette tracce per quasi 56 minuti in cui il sound sinfonico di sapore genesisiano si eleva su picchi di godimento fruitivo con sprizzatine jazzy, cambi di tempo e virtuosismi mai fini a se stessi con la notevole vocalità di Donata Luani (Manto) in grande evidenza.   
Da sottolineare infine la splendida copertina ad opera dell'artista argentino Daniel E. Dankh (classe 1959) https://www.facebook.com/daniel.estebedankh.3.
Per chi desidera andare più in profondità su questo lodevole progetto consiglio caldamente la lettura del blog dell'amico e concittadino Athos Enrile ove troverete anche una intervista a Fabrizio Dossena http://athosenrile.blogspot.com/2021/04/noisy-diners-princess-of-allen-keys.html.
Line up: Fabrizio Dossena: chitarra acustica. Davide Jori: chitarre elettriche. Cristiano Roversi: tastiere, Chapman Stick, orchestrazioni classiche, chitarre. Erik Montanari: chitarre elettriche, chitarre acustiche. Ezio Secomandi: batteria. Mirko Tagliasacchi: basso. Antonio De Sarno: narrazione. Donata Luani: voce "Manto". Ospiti alla voce Nad Sylvan "Virgilio", Stefano Boccafoglia "Tiresia". Beatrice Cotifava "La principessa delle chiavi a brugola " Aran Bertetto "Caronte" e Mauro Negri al sassofono.
In ascolto la title track
 


martedì 25 maggio 2021

Rêverie

Il termine Rêverie, importato dal francese oltre ad essere utilizzato nel campo della psicologia analitica: per approfondimenti https://www.spiweb.it/spipedia/reverie/viene usato in italiano con il significato di fantasticheria "come condizione di chi si abbandona al fantasticare e come opera che rifletta a questo stato" (Vocabolario Treccani).
In campo musicale e in riferimento a questo blog, Rêverie, di cui avevamo già parlato nel 2011 http://progressivedelnuovomillennio.blogspot.com/2011/09/reverie.htmlè un ensemble creato dal compositore/chitarrista milanese Valerio Vado nel 1996,da non confondersi con l'omonimo trio modenese che propone un sound orientato al rock. Il gruppo lombardo, come ben descritto sul loro sito ufficiale http://www.reverieweb.com/index.htm definisce la propria musica "etno-progressiva" o "Marco-Polo-music", in quanto fonde suoni e strumenti del folk italiano e mediterraneo, del barocco, della musica classica e del progressive dei seventies.
Dopo una lunga pausa discografica di sei anni, a seguire del brillante full length del 2015 in dialetto friulano "Gnos furlanis, il Timp dal Sium" che ha ottenuto una nomination nella categoria "Miglior album in dialetto o lingua minoritaria" del prestigioso premio Tenco, i Rêverie si ripresentano il 15 aprile 2021 con 35 minuti di musica di grande spessore tecnico ed emozionale con il cd "Orpheus" (distribuzione BTF https://www.btf.it/orpheus.html ).
Un concept album che si basa liberamente  sui " Sonetti a Orfeo" del drammaturgo/poeta austriaco Rainer Maria Rilke (1875-1926),  su "Alcyone" di Gabriele D'Annunzio (1863-1928) e sulle  "Metamorfosi" di Publio Ovidio Nasone (43 a.c.-18 d.c.).
Il mito greco di Orfeo, il cantore che ammaliava l'uomo e la natura, viene così glorificato in una suite di tredici tracce divise in cinque parti (Un gesto nel silenzio, Anime amanti, Costante metamorfosi, Invisibile poesia, Dalle immensità lontane) più un prologo (Stabat nuda aestas) e un epilogo (...Et spicea serta gerebat).
Protagonisti di questa "meditazione in musica" sono il  polistrumentista Valerio Vado che, oltre a occuparsi della composizione musicale e degli arrangiamenti, suona chitarre, bassi, bass pedals, effetti, mellotron, percussioni e la vocalist  Fanny Fortunati la quale attraverso il suo strumento straordinario che è la voce (si occupa anche degli arrangiamenti vocali) offre momenti di rispettoso e intenso lirismo celebrando i versi tradotti in italiano di Rilke e trasportando il fruitore su vette di assoluto godimento cerebrale:"....in questa straripante notte tu sii la magia all'incrocio dei tuoi sensi ....".
L'accompagnamento strumentale di Vado è -more solito- efficace con una trama minimalista elaborata  e mai inopportuna di suoni e una predilezione del sottoscritto per le sue parti chitarristiche.
Da segnalare l'artwork e le arti visive con le composizioni pittoriche originali di Mariangela Zabatino https://www.mariangelazabatino.it


giovedì 20 maggio 2021

Suite Rock: il prog tra passato e futuro

Non siamo soliti, su questo blog, dare spazio a novità librarie ma per il saggio in questione  "Suite Rock: il prog tra passato e futuro" (Graphofeel Edizioni)  di Athos Enrile e Oliviero Lacagnina facciamo volentieri un'eccezione.
                                                                                                                                                                                                                                                                                          
 Tutto questo perché è un libro che offre notevoli stimoli a intenditori e non, affrontando con perizia tecnica e afflato divulgativo le molteplici sfaccettature precipue del progressive o rock sinfonico com’era chiamato una volta, sottolineatura di Luciano Boero ( La Locanda delle fate) nella prefazione.  

Abbiamo così  rivolto alcune domande ad uno degli autori, Athos Enrile ( nella foto), che ci ha risposto con entusiasmo e competenza.    
 
                                                                                                                                            
Saggi relativi al rock progressivo ve ne sono molteplici in circolazione, ci puoi riassumere l’idea primigenia che ti ha stimolato per scrivere il libro?
 
Non è stata una mia idea ma l’offerta è arrivata da Oliviero Lacagnina, maestro ed ex tastierista dei Latte e Miele che, avendo avuto richiesta specifica dalla responsabile della sezione musica della casa editrice Graphofeel, mi ha coinvolto.
Conosco personalmente Oliviero da una decina di anni ma sono legato a lui da molto più tempo, essendo stato tra i primi musicista che vidi dal vivo quando ero adolescente; parlo del mio concerto di iniziazione che corrisponde ad una performance dei Latte e Miele che, quel lontano 30 maggio del 1972, aprivano per i Van der Graaf Generator. Amicizia e riconoscenza a parte, non ho immediatamente intravisto la necessità di aggiungere altro all’argomento “prog”, già trattato in tutte le salse.
Non mi faccio mai pregare quando si tratta di scrivere, soprattutto di musica, ma il tutto deve avere una finalità, un obiettivo preciso, insomma, deve essere utile per qualcuno, almeno potenzialmente, e l’argomento generico “prog” non mi pareva potesse avere queste caratteristiche. Mi sono convinto e motivato quando ho realizzato che dovevamo disegnare un percorso per neofiti, non necessariamente giovani, qualcosa di didattico che non trattasse tutto l’esistente ma lanciasse il seme che avrebbe dovuto essere raccolto da chi risultasse curioso. Ho preparato un lay out che temporalmente partisse dall’era beat e arrivasse ai giorni nostri, trattando topics disparati che si soffermassero non solo sull’elemento musicale ma anche sulla storia, sulla cultura, sull’analisi della società e su aspetti collaterali che difficilmente si trattano in questi casi. Dalla divisione dei compiti tra me e Oliviero è uscito un volume decisamente più ampio rispetto al target, ma Graphofeel ha deciso di non effettuare tagli, ritenendo che lo sfoltimento avrebbe danneggiato il saggio, ed è stato questo un elemento di grossa soddisfazione.

Nel testo, trentaquattro paragrafi -introduzione e ringraziamenti inclusi- per 420 pagine c’è davvero un mare magno di informazioni, una eterogeneità di argomenti con il fil rouge del rock progressivo che è poi l’ingrediente basico per ogni intervento. Ci sono pagine di cui sei più fiero? Con il senno di poi, a distanza di qualche mese dalla pubblicazione del saggio, c’è qualcosa che vorresti variare/aggiungere all’opera editoriale?
 
Lo ritengo completo e non migliorabile dal punto di vista concettuale, è proprio quello che io e Oliviero volevamo e ho una piccola conferma dal fatto che il figlio di un amico scrittore l’ha utilizzato per i suoi studi, misura di una certa efficacia didattica.
Non l’ho più riletto, come accaduto per gli altri libri scritti, sicuro di trovare spiacevoli refusi che possono capitare, ma rivisito spesso l’indice per prepararmi alle varie interviste e ogni volta trovo soddisfazione davanti a tanta esaustività.
Purtroppo, non c’è stata la possibilità di effettuare presentazioni in presenza, quelle che permettono una maggiore condivisione, ma possiamo ancora rifarci.
Per rispondere alla prima parte della tua domanda, mi ha dato molta soddisfazione proporre alcune parti che difficilmente si affrontano nei saggi musicali, come il rito del vinile di antica memoria, alcuni aspetti legati alla sicurezza - come l’ipoacusia dovuta ad eccesso di suono/rumore -, qualche concetto estremamente personale legato al connubio tra liriche e musica attraverso leggi della termodinamica e la proposizione di esercitazioni “scolastiche” che mi hanno sempre dato grosse gratificazioni e che così posso condividere.

 È noto che per te il gioco di squadra ha un valore fondamentale: della serie il tutto è più della somma delle sue parti, per questa esperienza editoriale come ha funzionato e ti senti soddisfatto del risultato?

 Il mio pallino del lavoro in team non è un vezzo ma è frutto della conoscenza della sua forza, verificata a più riprese sia in ambito professionale che ludico. In questo caso abbiamo applicato la regola che ha caratterizzato MAT 2020 nel corso della sua lunga esistenza. La logica utilizzata è stata quella di far parlare gli esperti di argomenti specifici, quindi i capitoli sulla radio, sulla fotografia, sul giornalismo, sulle sostanze stupefacenti, sulle case discografiche o su strumentisti/strumenti nel prog, tanto per fare qualche esempio, hanno visto all’opera chi aveva ruolo ed esperienza per poter affrontare i vari argomenti.
Il lavoro in squadra richiede capacità organizzativa, cosa che ho affinato nel tempo, motivato dai risultati sorprendenti che derivano dalla suddivisione dei compiti con persone di fiducia. Anche in questo caso tutto ha funzionato al meglio, almeno dal punto di vista della costruzione, nella speranza che lo sforzo possa essere avvertito e apprezzato anche dall’esterno.

                                La prima mitica copertina del magazine on line Mat 2020 


Tu hai un background giornalistico musicale che offre un importante fianco al ricordo, giacché sia nel tuo blog, sia nel magazine on line Mat 2020 che da poco ha chiuso i battenti, offri con grande rispetto una descrizione degli eventi che si susseguono. Quanto è importante, parafrasando “Per quando noi non ci saremo” di gucciniana memoria, lasciare una traccia scritta?

Scrivere un libro sembra a volte un’azione egoistica, quantomeno narcisista. Io ho adottato nel tempo un modus operandi che mi porta a commentare ogni tipo di evento a cui partecipo, non importa la sua dimensione. Posso dire che grazie a me, da molti anni, esistono articoli - con tanto di foto e testimonianza video - che rimarranno per sempre; questo non mi porta denaro, gloria, né altri benefici, ma risponde alla mia esigenza primaria che da anni mi spinge a condividere le cose musicali, una sorta di missione, che di certo non mi manderà in Paradiso, ma mi mette la coscienza a posto, un omaggio alla MUSICA a minima compensazione di quanto LEI ha dato a me.
Ci sono poi aspetti storici e culturali che vanno salvaguardati. Io spingo sempre gli artisti che conosco - quelli magari più avanti con gli anni - a trovare il modo e il tempo per rovesciare la loro memoria su di un foglio di carta/elettronico, perché in caso contrario ciò che hanno vissuto andrà perso per sempre, e non si tratta solo di “canzonette”. 
Mi viene in mente il mio amico Fico Piazza, tra I QUELLI e la PFM, passando per Lucio Battisti: una volta mi ha raccontato che alla fine della registrazione di “Emozioni”, del Lucio nazionale - a cui lui partecipò come bassista - si era creata una atmosfera particolare e tutti avevano le lacrime agli occhi: ecco, queste cose, che appaiono minuscole ma non lo sono, andranno perse per sempre se non sarà lasciata traccia scritta e non credo sia il caso di rischiare!
                                                        Giorgio "Fico" Piazza

 
Il prog ha una storia articolata ed è un genere che alcuni detestano a priori, altri lo amano profondamente. Hai sempre dichiarato - anche nella introduzione del libro - che a prescindere dalle catalogazioni dividi la musica tra quella che ti piace e tutto il resto, quali sono i criteri che ti fanno apprezzare un brano e quali sono quelli che te lo fanno “respingere” dal tuo gradimento?   
                                                                                                      
Non sono in grado di affrontare l’argomento usando la razionalità, perché il gradimento sonoro esula da ogni tipo di ragionamento e alla fine ci si chiede come mai basti un minuto di una canzone per farla propria per sempre, mentre altre non riescono a superare alcun esame multiplo. Trovo sia un po' come l’amore per una squadra di calcio, l’unica cosa al mondo che, salvo rarissimi casi, non tradirai/cambierai mai, e ti trovi a pensare, senza avere risposte, per quale motivo tifi bianco piuttosto che giallo, cosa ti è scattato in testa mille anni prima, tanto da trasformare il tutto in fede cieca.   Io non so esattamente perché esistono musiche che mi danno benessere fisico, ma il bello è conoscerle e gestirle, perché sai che certe sensazioni potrai riviverle a comando, con un semplice start ad un brano musicale. Non credo sia così per tutti e penso quindi di essere fortunato nel poter provare emozioni così forti.
Questo mi accade non solo con il mio amato prog e so che se mi trovo in situazione solitaria, magari facendo jogging, e nel mio lettore arrivano casualmente canzoni come “Gets smoke in your eyes” dei Platters, “New York New York” versione Liza Minelli, “Stardust” di Nat King Cole o “What A Wonderful World” di Louis Armstrong, riesco ad ascoltarne pochi secondi e poi devo passare oltre perché, nonostante la loro maestosità, mi provocano un dolore più forte del piacere, legato probabilmente a momenti della mia vita condizionanti. Stessa cosa mi accade con ogni trama che propone la lingua francese.
Le bellezze del “prog”, invece, non mi rendono triste e sono felice di conoscerle e di poterne usufruire per sempre, a mio piacimento, ma anche in questo caso non tutto si spiega con la ragione, probabilmente rappresentano una colonna sono infinita che cambia a seconda dell’epoca/cultura/luogo di appartenenza.
Sintetizzo con una citazione di Sant’Agostino che all’interno del suo “De Musica”, tra il 300 e il 400, affermava che la musica è l’unità di misura del tempo… del tempo che passa, aggiungo io!       

                                                                                                                                                                                                                           
Il titolo enuncia il prog tra passato e futuro, il presente cosa ci offre a livello progressivo?  il prog è totalmente libertà espressiva?
 
Inutile sottolineare come il prog abbia avuto piena visibilità per un solo lustro e sono stato testimone, da adolescente, di un siparietto in cui Joe Vescovi dei Trip consigliava una band cittadina di abbandonare il genere e di buttarsi su qualcosa di più leggero perché il momento buono era ormai alle spalle: eravamo nel 1974, ovvero cinque anni dopo l’uscita di “In The Court Of Crimson King”, manifesto iniziale del genere.
Il prog ha continuato a vivere e a prolificare, con ritorni importanti e consolidamenti che proseguono negli anni 2000, andando però a fortificare il concetto di nicchia.
La musica prog è ascoltata, suonata e venduta all’interno di un ristretto numero di ascoltatori virtuosi, non necessariamente nostalgici.
Anche i giovani ascoltano, suonano e si appassionano al genere, ma sono una piccola - e nobile - parte nata spesso da una più o meno volontaria azione genitoriale. Sono convinto che, esattamente come la musica classica, quella progressiva - tra l’altro esageratamente complessa nella costruzione/proposizione - rimarrà per sempre come cibo per pochi eletti.Per chi ha vissuto i primi anni ’70 è chiarissima la differenza tra la sua enorme visibilità e l’attuale status di musica per pochi.
Per rispondere alla seconda parte della tua domanda direi che la libertà espressiva, tra le tante caratteristiche che contraddistinguono il genere, appare dominante, essendo facile trovare all’interno della proposta ogni tipo di contaminazione, anche se ciò provoca a volte equivoci, perché quando non si hanno le idee chiare si tende a buttare tutta la responsabilità sul termine “prog”, abbellito e ingigantito da qualche suffisso.
Creare delle categorie può essere utile alla comprensione ma le tante caselle oggi esistenti non mi pare semplifichino la vita.
 
In tema di opere presenti e future, non credi che pensando alle uscite discografiche del passato e facendo sempre paragoni con esse ci sia più difficoltà per chi produce nuovi lavori?
 
Sì, è un lavoro ingrato quello che porta a nuove creazioni, perché l’opera di comparazione col passato conosciuto nasce spontanea. Ascolto quotidianamente musica appena uscita, molta di grande qualità, ma inventare qualcosa mi appare davvero un’impresa. Prendiamo gli otto gruppi stranieri seminali inseriti nel libro e paragoniamoli, sapendo che sono tutti coevi: cosa hanno in comune? Ben poco!
Otto proposte completamente diverse, inventate dal nulla, miscelando rock e classica, jazz e folk, blues ed elettronica. Tutti riconoscibili dopo poche note, da uno strumento, da una voce. Stando così le cose parlare di possibili novità, oggi, mi sembra arduo: cos’altro si può inventare di sconvolgente?!
Nondimeno il prog, soprattutto italiano, può godere delle tipicità di casa nostra e quindi gli aspetti melodici, inseriti nel contesto ortodosso, possono fare la differenza.

Nel libro distinguete otto significativi archetipi della musica progressiva, otto band che sono state seminali, poi analizzate anche gli album e gli strumentisti in evidenza, non proponete classifiche di merito ma ti chiedo - spiegando brevemente le scelte - di formare - tra le varie line up degli otto ensemble - una tua personalissima band ideale: voce, tastiere, chitarre, batteria, basso e fiati.

Anche se mi hai fornito paletti ben precisi che mi costringono a restare entro la lista degli otto stranieri citati nel book (Genesis, YES, Jethro Tull, ELP, Pink Floyd, Gentle Giant, Van der Graaf Generator e King Crimson), la domanda resta… assassina: impossibile stabilire differenze di qualità assolute, per cui userò il cuore - e un metodo pseudo andreottiano - per darti una formazione, conscio del fatto che, rimescolando le carte, uscirebbero altri otto supergruppi.
Partiamo dal frontman/vocalist e inizierei a inserire Peter Gabriel (Peter Hammill in panchina), anche se la qualità vocale di un giovane Ian Anderson mi ha sempre incantato.  Alle tastiere non saprei scegliere tra Emerson e Wakeman per cui lascio il posto a Kerry Minnear, forse sottovalutato, ma dotato di grande talento e fantasia.
Un paio di chitarristi servono e suggerisco i nomi di Steve Howe e Bob Fripp, soprattutto per il contributo dato all’innovazione dello strumento.
Dovendo scegliere un solo batterista segnalo Carl Palmer mentre al basso inserisco Chris Squire. Ai sax David Jackson e al flauto Ian Anderson; aggiungo David Cross al violino. Non male come new band!
                                                           
Kerry Minnear


Verissimo!! Seguendo il discorso precedente, ora ti chiedo –sempre spiegando brevemente le scelte e mettendoli in ordine di ascolto- di formare una track list di brani che non superi gli 80 minuti di un formato cd, ciò per creare il tuo disco ideale progressivo.

Ottanta minuti sono pochi, ma proverò a fornirti un brano per band, comprese le quattro italiane inserite nel libro (PFM, BANCO, ORME, OSANNA); le motivazioni richiederebbero troppo spazio, ma posso dire che sono alcune di quelle che porterei con me nell’isola deserta:
 “Man Erg” - Van der Graaf Generator-10:25
“Firth Of Fifth”- Genesis - 9:37
“My God” -Jethro Tull- 7:11
“Trilogy”- ELP- 8:52
“Starless”- King Crimson-12:30
“And You And I”-YES-10:02
“Money “- Pink Floyd - 4:43
“Proclamation”- Gentle Giant- 6:47
“È Festa”-PFM -4:54
“Collage”-ORME- 4:50
“750.000 anni fa, l'amore? - Banco Mutuo Soccorso-5:40
“L'uomo”- OSANNA- 3:33
 Siamo a 86 minuti! Speriamo di starci dentro!

                                                 
       Osanna: L'uomo


Mi sa che ci vorrebbe un quadruplo lp o un doppio cd....parlando del panorama italiano, nel libro ve ne occupate diffusamente, non credi che la cifra stilistica del progressive nostrano -presente e passato- non abbia nulla da invidiare a quello internazionale?

In termini di qualità, fantasia e virtuosismo mi pare che i nostri gruppi non abbiano nulla da invidiare a quelli stranieri. Come già detto ascolto quotidianamente ciò che nasce e la maggior parte della musica prog è italiana; purtroppo, di questi tempi manca il confronto reale, quello sul palco, quello che mette vicini mostri del passato (spesso orfani di quasi tutti gli originali) ai musicisti nostrani, giovani e antichi. Non parlo di “battaglia” da palco per dimostrare il singolo valore, ma il miglioramento passa anche attraverso l’osservazione e l’ascolto diretto, occasioni che solo il concerto può fornire.
Nel libro facciamo solo un lungo elenco di band italiane attive nel territorio (oltre alle quattro su cui ci soffermiamo a lungo), ma al termine del progetto l’elenco avrebbe avuto bisogno di un incremento, tanta è la velocità di crescita.

Nell’ esauriente saggio, ottimo compendio per neofiti e perfetto manuale di ripasso per vecchi melomani, date spazio anche al mondo delle copertine (l’artwork nel prog è sempre stato una nota di merito) e dei testi, già in una tua fortunata pubblicazione (libro più cd) “Cosa resterà di me?” avevi analizzato l’interazione artistica tra immagine, testo e musica. Quanto è importante questa triade per realizzare un’opera progressiva?



Direi imprescindibile se si intende il fenomeno non solo come espressione musicale.
Proprio la sezione dedicata alle copertine mi ha permesso di scoprire cose a cui non ero mai arrivato e dietro ad ogni opera artistica impressa sulla cover di un vinile (noi ne abbiamo trattate solo alcune esplicative) esiste un mondo che si interseca con tutto il resto del progetto. Credo che dietro al rilancio del vinile non ci siano operazioni nostalgiche, ma la voglia di contatto fisico e visivo con opere d’arte totali, non si spiegherebbe in altro modo il ritorno prepotente ad un formato di facile deterioramento e di minore qualità rispetto al CD (parole e pensieri di illustri personaggi del prog).
Io intendo la cultura prog come comprensiva di differenti arti, non solo musica, ma fotografia, liriche, disegni, racconto, calligrafia; è per questo che insisto spesso su di un’idea - parlando al vento -, sottolineando che vorrei esistesse un docente illuminato, che almeno una volta all’anno provasse a fare un lavoro alternativo con i sui alunni, partendo da un ascolto condiviso avendo in mano un “vero album”, dividendo poi la classe in gruppi con differenti compiti - giudizio musicale, traduzione dei testi, ricerca dei messaggi, analisi dell’artwork -, chiedendo infine opera di sintesi: non sarebbe un progetto culturale?
Ritengo che il “diversivo” sarebbe una grande spinta verso la conoscenza di una parte dell’arte sconosciuta e sicuramente di pregio. Basterebbe una volta all’anno! Ma so che resterà un sogno.

Il libro si conclude con una proposta di esercitazione musicale estremamente intrigante e a mio avviso originalissima, ci puoi dettagliare maggiormente l’argomento?

L’ultima parte di vita lavorativa mi ha visto nel ruolo di docente in un ambito poco amato, quello della sicurezza sul lavoro. Essendo qualcosa che ho vissuto intensamente negli anni passati, aspetti in cui credo ciecamente, ho provato a inventarmi esercitazioni alternative, che potessero arrivare all’obiettivo attraverso qualcosa di potenzialmente piacevole, vista la refrattarietà e il pregiudizio riscontrato, in primis a livello manageriale, responsabile, anche, del buon esempio. E così, per affrontare al meglio alcuni aspetti del team work e della comunicazione, mi sono inventato un lavoro, prima singolo e poi di gruppo, che mi ha sempre dato grosse soddisfazioni e che ho testato con persone di ogni fascia di età, sia uomini che donne. Non vado oltre nella spiegazione, ma nell’ultimo capitolo del libro ci sono tutti i dettagli e il materiale utile alla replica. Posso solo anticipare che il fulcro del gioco è un brano dei Pink Floyd, la band conosciuta anche da chi ancora deve nascere!

Un pensiero conclusivo....
 
Nel concludere ti ringrazio perché, tra i tanti esperti a cui ho fatto riferimento, ci sei anche tu che, come accaduto per anni su MAT2020, sei stato ancora una volta un prezioso aiuto.

I due autori Enrile e Lacagnina



Il book trailer del saggio



lunedì 17 maggio 2021

Vienna Circle

I Vienna Circle, il cui nome deriva dal gruppo di filosofi e scienziati provenienti dalle scienze naturali e sociali, dalla logica e dalla matematica che si riunì regolarmente dal 1924 al 1936 all'Università di Vienna, sono un progetto che si è formato nel 2006 a Pewsey, paese di tremila abitanti della contea di Wiltshire a 120 km ad ovest da Londra. I protagonisti artistici sono i fratelli Davis: Paul (chitarre, voce, piano, tastiere) e Jack (basso, piano, cori). 
Dopo una ricerca online la coppia reclutò il batterista Russell Wilson che accettò di registrare le tracce di batteria per il disco d'esordio "White Clouds" le cui sessioni iniziarono nel febbraio 2007 e il primo dicembre 2008 l'album, autoprodotto, fu ufficialmente pubblicato.
Il disco è di fatto un concept album con la prima guerra mondiale come leitmotiv nelle dieci tracce per 55 minuti di sound neo progressivo di ottimo livello compositivo. 
Successivamente i Davis, coadiuvati da alcuni ospiti come Gemma Davis alla voce (già presente in una traccia del primo disco), Patch Morrison: sassofono. Jess Shute: flauto. Dave Waller: sassofono, clarinetto. Alex Micklewright: batteria, hanno rilasciato nel 2013 "Silhouette Moon".
Il 30 aprile 2021 dopo otto anni di silenzio, i Vienna Circle ci ripropongono un full length dal titolo "Secrets of the rising sun", di fatto il progetto è divenuto un one man band in quanto Jack Davis non è più presente nella line up e il fratello Paul si occupa totalmente della produzione, della composizione e della esecuzione dell'opera suonando tutti gli strumenti, lasciando "solo" la batteria al collaboratore storico Alex Micklewright e la parte vocale in un brano a Gemma Davis. L'album, nove tracce per tre quarti d'ora di musica, scorre fluido con melodie sinfoniche suadenti e una maggiore enfasi sulle parti di chitarra.


Album consigliato: Secrets of the rising sun (2021)
 


martedì 11 maggio 2021

Turbulence

I Turbulence  sono un gruppo libanese  fondato nel 2013 dal chitarrista Alain Ibrahim e dal tastierista Mood Yassin (Mahmoud Yasine). Alla coppia si sono ben presto uniti Omar El Hage (voce), Sayed Gereige (batteria) e Anthony Atwe (basso). Inizialmente il quintetto si è dedicato a suonare cover soprattutto di brani dei loro paladini, i Dream Theater. 
Il 3 luglio 2015 hanno rilasciato solo digitalmente il loro primo fulll lenght di brani inediti dal titolo "Disequilibrium", tutto ciò coadiuvati  da Rita Hokayem, Elia Monsef e Will Shaw come voci ospiti, Simon e Luca Ciccotti alla batteria e Emanuel Ciancia al sassofono. 
La storia narrata dalle sei tracce dell'album per oltre tre quarti d'ora di musica è stata ispirata dalla serie televisiva fantascientifica del 2009 (che il vostro blogger ai tempi aveva gradito moltissimo) "FlashForward" la quale è basata sul romanzo (in italiano Avanti nel tempo) del 1999  dello scrittore canadese Robert J. Sawyer.
Dopo aver ottenuto un buon successo di pubblico e di gradimento dalla critica per il loro suadente prog metal di buona fattura, la band medio orientale il 12 marzo 2021 per la label napoletana "Frontiers " http://www.frontiers.it/index.php creata nel 1996 su iniziativa di Serafino Perugino, rilasciano  "Frontal" otto tracce per 65,40 di puro sound metal dove confermano le ottime premesse del primo lavoro. Anche questa seconda fatica è di fatto un concept in quanto è basato sulla paradossale vicenda di Phineas Gage, l'operaio edile che nel 1848, contro ogni previsione, è sopravvissuto ad un incidente provocato da un'asta di ferro che gli ha trapassato completamente il cranio, distruggendo gran parte del suo lobo sinistro "frontale", la curiosità è che l'operaio era nativo di Lebanon (traducibile in italiano Libano, lo stato di provenienza dei Turbulence) una cittadina di dodicimila abitanti del New Hampshire, per  approfondimenti https://it.wikipedia.org/wiki/Phineas_Gage .

Album consigliato: Frontal (2021)

lunedì 3 maggio 2021

Konom

I Konom sono una band di Manchester attiva dal 2011, prima di chiamarsi in tale modo prendendo spunto dal nome di uno dei pianeti citati ne "Il Ciclo delle Fondazioni"  vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Ciclo_delle_Fondazioni una serie di romanzi di fantascienza scritti a partire dal 1951 dal celebre scrittore sovietico ma naturalizzato statunitense Isaac Asimov https://www.minimumfax.com/autore/isaac-asimov-1802 , con il moniker Ascent avevano rilasciato digitalmente tre E.P  https://ascentband.bandcamp.com.
Nel 2020 la decisione di virare verso il pianeta semantico Konom remixando l'e.p "Prelusion" degli Ascent e il 26 febbraio 2021 vede la luce il full length di debutto omonimo, un album di otto tracce per oltre 50 minuti di durata, interamente autoprodotto e pubblicato in modo indipendente, con le registrazioni- causa pandemia- effettuate negli studi domestici dei rispettivi musicisti. Interessante l'artwork a cura del loro concittadino Jimmy Trippier, artista grafico e illustratore freelance. La proposta musicale è orientata verso un prog metal con buone intuizioni melodiche e un cantante dalla grande estensione.
Line up: Arya Bobaie : voce solista. Benjamin Edwards: basso. Tom Rice: batteria. Dan White chitarre e cori. Jonathan Worsley: tastiere e orchestrazione.
In ascolto l'intero album