Non è solo una questione di grancassa, rullante, piatti o bacchette che volteggiano, il "nostro" Andrea Orlando (non l'illustre politico spezzino, nè il fisarmonicista veneto e neanche il Direttore di Coro diplomatosi a Bari) non è solo un drummer di grande perizia ed esperienza (Finisterre, Hostsonaten, Narrow Pass, Curva di Lesmo e Coscienza di Zeno tra i tanti progetti con cui ha collaborato e collabora) ma anche un ottimo compositore. Il musicista genovese, dalla naturale simpatia e dalla predisposizione empatica, il 29 settembre 2017 ha dato alle stampe il suo primo disco solista, dal titolo esplicativo sul suo modo di essere: "Dalla vita autentica" (AMS Records). Per realizzare questo ragguardevole lavoro, Orlando -coadiuvato dal fido Rossano Villa- si è fatto accompagnare da "illustri" compagni di viaggio con una considerevole "quota rosa": Melissa Del Lucchese (violoncello),Simona Angioloni e Alessandro Corvaglia (voce), Marcella Arganese, Laura Marsano e Stefano Marelli (chitarre), Agostino Macor (tastiere) , Marco Calegari (tromba), Roberta Tumminella (viola, violino), Alessandro Paolini (contrabbasso) e il giovanissimo Paolo Priolo (basso) Un album di raffinato prog sinfonico, dalle melodie accattivanti con incursioni rockeggianti, che si sviluppa per quasi cinquanta minuti divisi in sette tracce (di cui due strumentali). I brani si snodano tra voli protesi all'elettronica minimalista quale la traccia d'apertura "Le forme della distanza", alla lunga title track finale -di quasi 17 minuti- degna summa delle esplorazioni sonore del bravissimo Andrea che, nel disco, si cimenta anche con mellotron e tastiere. Link utile: https://www.facebook.com/Andrea-Orlando-Musicista-100325133859152/ In ascolto l'intero album
Nell'ottobre del 2023 è stato pubblicato "La scienza delle stagioni" una lunga cavalcata di ben oltre un ora per sette brani che confermano totalmente le enormi capacità compositive del musicista genovese anche in questo caso autore di testo e musica.
Come nel precedente disco anche nella "La scienza delle stagioni, Andrea si cimenta non solo con batteria e percussioni , suoi strumenti precipui, ma con disinvoltura ed eleganza suona mellotron, svariate tastiere,clavicembalo e glockenspiel.
I suoi numerosi compagni di viaggio sono artisti di prim'ordine: Meghi Moschino alla voce, Luca Scherani e Boris Valle al piano, Stefano Marelli, Pierenzo Alessandria e Laura Marsano alle chitarre, Fabio Zuffanti e Pietro Martinelli al basso, Agostino Macor al moog, Valeria Trofa al corno inglese, Carlo Oneto al corno francese, Marco Mascia al violino, Kim Schiffo al violoncello, ChristianBudeanu alla viola.
Da segnalare la notevole perizia esecutiva dell'intero album con un plauso alla magistrale performance vocale della Moschino che, armonizzandosi molto bene con la musica, impreziosisce cinque brani , due sono strumentali (City 40 e Il sogno di Anastasia parte seconda).
Temi melodici seducenti con trame oniriche che il palato del melomane assapora con gusto sopraffino sono tra le caratteristiche più seducenti per possedere questo cd, mero compendio di emozioni, nella propria discoteca, altamente consigliato!
Il 2018 è stato un anno prolifico -artisticamente parlando- per l'ensemble genovese de La Coscienza di Zeno con la realizzazione di due dischi, entrambi per la label AMS Records. Della band ligure, di cui già parlammo diffusamente in questo blog, vedi : http://progressivedelnuovomillennio.blogspot.it/2013/07/la-coscienza-di-zeno.html e http://progressivedelnuovomillennio.blogspot.com/2015/02/la-coscienza-di-zeno.html , il 21 Maggio è stato rilasciato "Il giro del cappio", il primo live della loro storia, registrato nei Paesi Bassi (febbraio 2016) https://amsrecords.bandcamp.com/album/il-giro-del-cappio, sette tracce- tratte dai primi tre dischi- per settanta minuti di musica interpretata con vigore dalla classica formazione: Alessio Calandriello: voce, Gabriele Guidi Colombi: basso, Andrea Orlando: batteria, Davide Serpico: chitarra elettrica e Luca Scherani: pianoforte, tastiere, il tutto supervisionato dal sommo paroliere/compositore Stefano Agnini. Da segnalare la gotica copertina ispirata a Closer dei Joy Division. A fine anno, il 10 Novembre è uscito il quarto disco in studio dal titolo uguale ad un film noir del 2006 del regista abruzzese Fabio Del Greco ossia " Una vita migliore" . Il disco - https://amsrecords.bandcamp.com/album/una-vita-migliore -disponibile in tre differenti versioni: CD papersleeve, vinile nero 180 gr. con copertina apribile e una speciale edizione limitata in vinile rosso fragola con inserto, si snoda per cinquanta minuti divisi in sette tracce di cui due strumentali, in apertura lo scioglilingua simil magico "Lobe istu calabu" e in chiusura "Vico del giglio". Una vita migliore è un lavoro eterogeneo che si avvale della perizia tecnica di numerosi strumentisti ospiti e di una più corposa e tangibile collaborazione "gruppale" per la parte compositiva, un opera corale permeata anche da afflati vigorosi di prog da camera con oboe e flauto in grande evidenza. Il fascinoso artwork di copertina è stato realizzato dall' artista genovese, Jessica Rassi https://www.facebook.com/jessica.rassi di The Giant's Lab. La line up prevede Alessio Calandriello (voce), Gabriele Guidi Colombi (basso), Andrea Orlando (batteria, percussioni), Stefano Agnini ( synth, mini moog), Luca Scherani (piano, synth, mellotron, fisarmonica, bouzouki), coadiuvati dalla new entry Gianluca Origone (chitarra) e dagli artisti ospiti Marco Callegari (tromba), Sylvia Trabucco (primo violino), Alice Nappi (secondo violino), Martina Saladino (voce), Fausto Sidri ( voce, percussioni), Gaetano Galli (oboe), Davide Corso e Edmondo Romano (sax soprano), Melissa Del Lucchese (violoncello), Daniela Piras e Joanne Roan (flauto). Citando il brano- seconda traccia de "Una vita migliore"- che potete ascoltare qua sotto ossia "Il posto delle fragole", titolo che trae spunto e concetti dall'omonimo magnifico film di Ingmar Bergman, Orso d'oro a Berlino 1957, "...eppure niente accade per caso, il susseguirsi degli incontri.." con siffatte opere rock progressive, dimostrano quanto sia vitale questo tipo di sound anche nel declinare della seconda decade del ventunesimo secolo.
Cosa potranno mai
combinare assieme quei due geniacci genovesi calati nelle vesti
terrene di Stefano Agnini e Fabio Zuffanti?
Nei mesi scorsi questa
domanda aveva adornato la febbrile attesa dell’evento riguardante
l’uscita discografica della coppia artistica; ebbene tanta attesa
non è andata delusa!.
Ascoltare il disco “La
Curva di Lesmo” rilascia, nel fruitore, una impressione di
completezza, un lavoro che vibra e gira a 360° toccando vertici di
assoluta bellezza.
Ottima trovata quella di
invitare a suonare nel disco nomi dalle esperienze più svariate : il
cantautore genovese Max Manfredi con quel vocione un po' così’, la
sublime napoletana-gallese Jenny Sorrenti in una forma strepitosa, il
novello “Stratos” Claudio Milano con i suoi arabeschi vocali,
l’eclettica psycocantautrice Beatrice Antolini, il cameo di un grande
percussionista (esperto handpannista) come il savonese Loris
Lombardo, il recitativo di una icona progressiva ancora ben pulsante
come Jutta Taylor Nienhaus (Analogy) e tanti altri, tutti meritevoli
(vedi https://fabiozuffanti.bandcamp.com/album/la-curva-di-lesmo).
Uniche presenze costanti
il batterista de La Coscienza di Zeno e non solo.. il cordialissimo Andrea Orlando e
la chitarrista elettrica de la Maschera di Cera e non solo… Laura
Marsano.
Il Progresfilo (amante del
progressive), ben si sa , ama le cose lunghe, preliminari ed
esecuzioni poliedriche per “posizioni” sonore con brani che
devono superare il quarto d’ora per poter soddisfare la propria
libido musicale, non cerca le “sveltine” punkettare e rappare da
due minuti; ebbene il disco, oltre al primo brano (La posa dei morti)
che dura 8 minuti, presenta due corpose tracce (di 17’ L’isola
delle lacrime e di 26’ Ho rischiato di vivere) che lasciano
ammirati nel fluire della musica con i testi gotici e profondi di
Agnini sempre particolari ed originali e Zuffanti che con noi scambia
continuamente segni sonori di benefico prog.
Da sottolineare poi che le
illustrazioni di una stupefacente (anche quella) copertina sono di
Guido Crepax; giova ricordare che La curva di Lesmo (riferimento ad un
famoso tratto della pista automobilistica di Monza) è la prima
storia a fumetti con protagonista Valentina, il personaggio più noto
del compianto disegnatore milanese.
Da “Ho rischiato di
vivere”: “Siamo una curva come curvo è il tempo, curvo lo
spazio, curvo l’infinito….” e aggiungerei io “curva
l’emozione” per un disco destinato a rimanere nella
personalissima dimora delle sensazioni benefiche.
Riprendiamo, per i prossimi due mesi, la rassegna sul prog Italiano del terzo millennio.
E’ in commercio da un mesetto Sensitività, il secondo lavoro de La Coscienza di Zeno, (vedi http://progressivedelnuovomillennio.blogspot.it/2011/09/coscienza-di-zeno-la.html ) ensamble genovese di cui già avevamo formulato pareri faverevoli per il loro disco d’esordio, tanto da inserirlo nei dischi migliori del 2011 http://progressivedelnuovomillennio.blogspot.it/2011/12/top-five-italiana.html
Anche in questa caso, con un booklet di foto interne di notevole spessore artistico, Calandriello and co. si dimostrano una delle migliori realtà del progressive nostrano. Grande capacità tecnica unita ad una equiprossimità di natura emozionale con i testi di Agnini molto “esoterici” a condurci in un ascolto di sette tracce totalmente godibile.
Line up: Alessio Calandriello: Voce, Davide Serpico: Chitarre, Gabriele Guidi Colombi: Basso, Andrea Orlando: Batteria, percussioni, Luca Scherani: Piano, synth, mellotron, fisarmonica, bouzouki e Stefano Agnini: tastiera, synth.
Link utile: http://coscienzazenoeng.altervista.org/
Ed eccovi la prima traccia La città di Dite
“Altalena vuota su cui dondoli, sospesa in aria come un aquilone senza filo…”
Questo è l’inizio, senza intro strumentale, del terzo lavoro de La Coscienza di Zeno,di cui già parlammo vedi http://progressivedelnuovomillennio.blogspot.it/2013/07/la-coscienza-di-zeno.html, ciò per dimostrare come nell’opera dei genovesi siano importanti i testi e le storie che vengono elaborate con una scrittura incisiva da Stefano “Sinfield” Agnini.
Il disco, dal titolo evocativo “La notte anche di giorno” uscito da pochi giorni per AltrOck/Fading Records, è indubbiamente un lavoro ardito essendo composto da due lunghe suite (di sei e quattro movimenti ciascuna) per quasi tre quarti d’ora di prelibatezza sonora e semantica, da assimilarsi attraverso ripetuti ascolti anche per la ricchezza della proposta sinfonica progressiva.
Tutti i musicisti si elevano a figure pulsanti di godimento sensitivo, con la vocalità di Calandriello in sfolgorante fulgore e la celestiale performance di Simona “Aries” Angioloni, guest star al canto in francese de “La lenta discesa all’averno”.
Due figure femminili sono le protagoniste del disco, un intenso omaggio a queste anime che hanno “abbandonato lo stato del pieno per approdare a quello del vuoto”. La suite “Giovane Figlia” è liberamente ispirata alla figura della "sfortunata" Serena Zaiacometti, mentre “Madre Antica” è dedicata alla scultrice partigiana Bianca Orsi.
Intrigante anche il design e il progetto grafico del disco a cura di Priscilla “D’arcy pj”Jamone.
Line up : Gabriele Guidi Colombi al basso, Andrea Orlando alla batteria, Alessio calandriello alla voce, Davide Serpico alle chitarre,i tastierista Luca Scherani e Stefano Agnini e la new entry Domenico Ingenito al violino.
Ospiti. Melissa Del Lucchese al violoncello e le due “Hostsonaten” Simona Angioloni alla voìce e Joanne Roan al flauto.
“Cosa c’è dietro le spalle dell’arcobaleno? La storia, nuda, in ginocchio, ci implora perdono” ….Perdono per tutti coloro che non avranno questo disco nella propria collezione.
Ci sono avvenimenti musicali
che sono molto attesi dai melomani progressivi, come ad esempio un concerto de
“La maschera di cera “, ensemble che ha caratterizzato il nuovo millennio
progitaliano con opere di grande valore. L’occasione di rivederli all’opera
dopo oltre due lustri di assenza è avvenuta a Genova presso la Claque il 24
marzo 2023, seconda data -prima italiana- di un tour mondiale che sancisce e
celebra i 20 anni più 1 della band con una scaletta antologica che spazia
totalmente tra i sei album in studio.
La formazione prevedeva il
“trio delle meraviglie COZUMA”, i formidabili membri fondatori Alessandro Corvaglia: voce e chitarra
acustica, Fabio Zuffanti: basso e Agostino Macor: tastiere, coadiuvati
dall’inossidabile Martin Grice al flauto e sax che un dolore persistente al
piede non gli ha impedito -more solito- di essere strepitoso e la new entry
Andrea Orlando (La Coscienza di Zeno, Finisterre etc..) alla batteria il cui “drummerismo”
è apparso sempre convincente ed efficace.
Le due ore del concerto sono
state di una intensità vibrante e il pubblico presente, un pò d’âgé invero, ha gradito con applausi
possenti.
Miriade di emozioni positive,
una pletora di sensazioni che ha fatto breccia a livello cognitivo e viscerale,
della serie “ anvedi sta Maschera come ci da!!! “
Già con l’intro registrata de
Il canto dell’inverno da Il grande labirinto del 2003 si entra in climax e con la
comparsa dei componenti della band sul palco si riaprono le porte non del
domani ma del qui e ora, godersi il live è la missione precipua della serata.
La doppietta iniziale da
LuxAde del 2006 con Doppia Immagine e Orpheus lascia prelibatezza nel palato di
chi saliva per questo tipo di sound come il riflesso condizionato dei cani di
Pavlov udendo la campanella.
Segue Fino all’aurora da Petali
di fuoco del 2009, brano che chi scrive ha nel cuore anche perché all’epoca
dell’uscita il figlio di allora 9 anni l’aveva selezionata per la sua playlist
dell’epoca, incredibile dictu!
Nel rock progressivo si sa che
i pezzi devono essere lunghi e se poi sono sui venti minuti di durata meglio
ancora e allora ci pensa La maschera di cera con il brano omonimo tratto dal
disco d’esordio 2002 con i suoi sei movimenti (Il tuo volto, la tua gente, il
tuo rifugio, la tua irrealtà, la tua guida, la mia fine) a saturare la voglia
di full length delle tracce anche in un concerto dal vivo.
E' il tempo de Nuova luce da LuxAde che
fa da preambolo ad uno dei momenti determinanti e più attesi dello spettacolo ossia
la trilogia (La guerra dei 1000 anni, Ritratto di lui e l’enorme abisso) tratta
da “Le porte del domani” disco fondamentale del 2013 che riprende le vicende
dei pianeti Felona e Sorona del mitico album delle Orme di cinquanta anni fa,
terminando la storia con una luce di speranza che crea una fiammella di fiducia
in questi tempi oscuri.
Gli ultimi due brani, Il
cerchio del comando e Vacuo senso, prima dei bis sono estrapolati da S.E.I., il
sesto album della band del 2020 il cui acronimo ha un significato ben preciso: Separazione/Egolatria/Inganno.
Dopo un brevissimo intermezzo
di acclamazione per farli tornare sul palco, il quintetto si ripresenta con la
bonus track dell’album Il Grande labirinto del 2003 ossia La Consunzione, brano
ispirato che lascia spazio ad un finale sublime con l’ intensa ballad de La
notte trasparente tratta da Petali di fuoco, interpretata e non solo cantata
magistralmente da Corvaglia, degna conclusione di un avvenimento davvero
gratificante.
In ascolto il primo movimento "Il tuo volto" de la suite La maschera di cera
Epilogo con una storiella
minima con i titoli dei brani della scaletta del concerto genovese in
maiuscolo.
ORPHEUS, dopo aver intonato IL
CANTO DELL’INVERNO per tutta LA NOTTE TRASPARENTE FINO ALL’AURORA, con la NUOVA
LUCE del giorno scoprì nel RITRATTO DI LUI una DOPPIA IMMAGINE positiva di se
stesso. Una proiezione metafisica ben lontana da quelLA CONSUNZIONE che aveva
creato un VACUO SENSO durante L’ENORME ABISSO della GUERRA DEI 1000 ANNI.
ORPHEUS segnando con vigore IL CERCHIO DEL COMANDO sul suo cammino, indossò LA
MASCHERA DI CERA trovando finalmente l’armonia.
A seguire l'intervista al trio COZUMA prima del live genovese.
Anche quest'anno, in rigoroso ordine alfabetico, segnalo i miei cinque dischi italiani che ho gradito maggiormente tra tutti quelli che ho potuto ascoltare.
Celeste: Echi di un futuro passato
Quando si pronuncia la parola Celeste nel mondo progressivo è automatico pensare all'eclettico musicista sanremese Ciro Perrino che, con la solita maestria tecnica e compositiva, è giunto al settimo full length in studio per questo progetto sorto , discograficamente, nel 1976.
Il nuovo lavoro dal titolo "Echi di un futuro passato" è stato pubblicato il 4 maggio dalla Mellow Records in versione cd con sette tracce e in Lp verde in edizione limitata in 150 copie con cinque brani in ordine diverso dal compact che ha la durata di 63 minuti.
Il sound è un magnificente prog sinfonico con melodie sopraffine che saziano la voglia di ottima musica del melomane progressivo diversamente giovane.
Un fantasmagorico viaggio sonoro in cui il flauto e il mellotron sono in grande evidenza, dando sufficiente risalto a numerosi interventi di sassofono, a svolazzi ornamentali di pianoforte e a una solida pulsazione ritmica. Due strumenti a tastiera meno noti ma leggendari sono disseminati in tutto l'album, vale a dire l'Eminent (un primo sintetizzatore di archi olandese, frutto della ricerca dei tecnici Philips) e il Solina (un ensemble di archi ARP), tutto questo per creare un suono sublime per il piacere di qualsiasi fanatico delle tastiere vintage.
Da apprezzare la copertina a cura di Mauro Degrassi stile Roger Dean il celeberrimo illustratore britannico.
Line up: Ciro Perrino : Mellotron, Solina, Eminent, Hammond, Minimoog, ARP 2600, voce. Francesco Bertone: basso, basso fretless. Enzo Cioffi: batteria. Marco Moro: flauti e sassofoni. Mauro Vero: chitarre acustiche ed elettriche.
Ospiti: Marco Canepa al pianoforte, Sergio Caputo al violino, Paolo Maffi ai sassofoni contralto e tenore e Ines Aliprandi alla voce
In ascolto la strumentale Sottili armonie, per il vinile seconda traccia del lato b e per il cd secondo brano della sequenza.
Faveravola: Castrum Zumellarum
Finalmente, dopo ben 18 anni di assenza discografica, la band trevigiana ha rilasciato il 15 gennaio il secondo full length dal titolo "Castrum Zumellarum". L'opera è stata pubblicata, come già la precedente, dalla " Locanda del vento " http://www.lizardrecords.it/locanda-del-vento/, side label della Lizard Records di Loris Furlan che ha sapientemente curato direzione artistica, arrangiamenti e pubbliche relazioni. Il disco, nove tracce per sessantasei minuti di gradevole sound epico fiabesco, è un prog concept album che narra le leggendarie e travagliate vicende amorose tra il cavaliere Murcimiro e Atleta https://www.radiopiu.net/wordpress/la-leggenda-di-murcimiro-ed-atleta-nella-storia-del-castello-di-zumelle/ " Tutto farò ...passerò anche attraverso l'inferno ma io...non lascerò, che il gelo d'inverno bruci l'amore che cogliere saprò...e sarai tu il mio sole del resto dei giorni..che avrò.....io non so che darei con onore, vedere crescere in noi quest'amore...". (testo da Atleta, quarto brano dell'album).
La location della leggenda è il castello di Zumelle , ancora totalmente visitabile e non solo (vedi: https://www.castellodizumelle.it ).
Il tappeto sonoro è gradevole e godibilissimo con l' Hammond di Nicorelli in bella evidenza a dare un tocco sopraffino alle gustose ballads di contenuto medievale.
https://www.facebook.com/p/Faveravola-100068431625727/?paipv=0&eav=AfbSn_BTncE8afiB4cJ-9pX4fZqJPpN0Ob5lCOapaI43vWox87iCgqGUkX3cZ-d9dF4&_rdr Line up: Alessandro Secchi: voce. Giancarlo Nicorelli: tastiere, pianoforte, Hammond, voce narrante. Adriano Durighetto: basso. Paolo Coltro: batteria.Gianluca Tassi: chitarra elettrica. Flavio Miotto: chitarra acustica. Consuelo Marcon: violino. Renato Bettello: flauto, sax soprano. Con la partecipazione straordinaria di Bianca Luna: voce e del coro Sant'Anselmo. In ascolto la terza traccia Murcimiro, "...si compiace la mia gente del suo signore Murcimiro, tra i cavalieri di Zumelle il più possente"
Melting Clock: Altrove
Il 4 settembre è uscito per la coriacea e appassionata label genovese Black Widow Records
https://blackwidow.it "Altrove" la seconda opera dei concittadini Melting Clock, un progetto musicale nato nella facoltà di Fisica dell’Università di Genova all'inizio del terzo millennio.
Il disco che viene pubblicato dopo cinque anni da "Destinazioni" è composto da sette brani per poco più di tre quarti d'ora di musica in cui i fratelli Amadei e gli altri strumentisti propongono un album davvero suadente nel suo divenire.
Dal sito dell'etichetta ecco un commento analitico di ogni singolo brano dell'album da parte degli stessi musicisti: ALESSANDRO BOSCA: “Il Mondo Al Suo Risveglio” è una riflessione sulla percezione della realtà e del modo in cui essa cambia di giorno in giorno con l'evoluzione della propria consapevolezza. Ispirata alla nascita del primo figlio, per il quale ogni nuovo risveglio rappresenta un nuovo inizio, vale anche per l'adulto quando riesce finalmente ad emanciparsi superando le convinzioni radicate per consuetudine negli anni ed accettando le verità più scomode; così facendo l'essere umano si risveglia e rinasce di fatto con una nuova consapevolezza di se stesso e del mondo che lo circonda, finalmente libero ma solo dopo avere pagato a caro prezzo questa sua epifania.
ALESSANDRO BOSCA: “Città Spenta” racconta la perdita improvvisa di una persona cara ed il desiderio di assoluzione e ricongiungimento elaborato dal subconscio nel sogno. Concepita inizialmente in seguito alla perdita prematura della figura materna, il brano è successivamente maturato e si è sviluppato diventando attuale nel periodo di confinamento dovuto alla pandemia. In quel triste periodo un dramma solitamente individuale si è trasformato in un fenomeno di massa con un impatto sulla società e sull'equilibrio sottile fra moralità e necessità. Ma solamente nella più intima dimensione onirica l'individuo potrà riconciliarsi e concedersi un ultimo saluto, liberando la propria anima così come quella del suo caro dal rimorso e dalla sofferenza.
SANDRO AMADEI: “Altrove parte 1 e 2” racconta il sogno, condiviso da tutti, di fuggire dallo stress, dalle preoccupazioni e dalla fatica della vita quotidiana, anelando a rifugiarsi in un'isoletta sperduta dove il tempo sembra essersi fermato, nell'illusione di vivere un'eterna vacanza. Ma questo desiderio ne cela in realtà uno più profondo e purtroppo irrealizzabile: tornare indietro nel tempo per ritrovare l'idilliaca meraviglia di una spensierata fanciullezza.
SANDRO AMADEI: “Vernice” è un viaggio attraverso la complessità di luoghi di cui i labirintici vicoli del quartiere di Genova sono un perfetto esempio, raccontati dallo sguardo carico di pregiudizi di chi non li abita e pertanto, non vivendone la quotidianità, non sa coglierne l'essenza. Situazioni che evocano spesso sofferenza, degrado e incuria coesistono con arte, cultura ed esempi di meravigliosa umanità che rendono questi luoghi un caleidoscopio di straordinaria diversità.
SIMONE CAFFE’: “Endurance” nasce a seguito della lettura dell'omonimo testo di Alfred Lansing, che ripercorre l'epopea del vascello Endurance che dopo essersi incagliato nel pack durante una spedizione anglosassone volta al raggiungimento del Polo Sud, si è schiantato a causa dell'enorme pressione esercitata dai ghiacci. A seguito di ciò il capitano Shackleton e la sua ciurma dovettero intraprendere un viaggio senza precedenti, in condizioni estreme che li riportó in salvo nella Georgia del Sud, dopo mesi di stenti e pericoli difficilmente immaginabili.
EMANUELA VEDANA: “Tramonti di Cenere” vuole lanciare un monito: a causa del comportamento sconsiderato e scellerato dell'uomo, la Terra è ormai teatro di cambiamenti climatici irreversibili in cui l'unico destino dell'essere umano, ignaro, sembra essere l'estinzione. Invertendo però la prospettiva e considerando quindi la vita e la morte come un unico ciclo in eterno divenire, potremo sperare che dopo la catastrofe la vita potrà nuovamente rifiorire sul nostro pianeta, finalmente liberato dalla deleteria presenza umana.
In ascolto Il mondo al suo risveglio, quarta traccia del disco
Prowlers: Orchidea
E' uscito il 25 giugno per l'etichetta Ma.Ra.Cash Records https://store.maracash.com il settimo disco in studio dei Prowlers, band attiva già negli anni ottanta.
Il nuovo lavoro dal titolo "Orchidea" sette tracce per oltre 50 minuti di musica davvero di grande spessore compositivo con tutti gli artisti in grande spolvero si dipana tra melodie accattivanti tra acustiche ed elettriche con le voci femminili che impreziosiscono l'opera che non è solo nostalgia dei seventies con rimembranze floydiane e banchiane ma anche desiderio di proporre nuovo materiale che ha la giusta ambizione di "rimanere" nel tempo.
Da segnalare l'eclettica suite di quasi venti minuti de "l'Ultimo Viaggio" e il parlato conflittuale tra Tito Stagno e Ruggero Orlando in occasione del primo allunaggio umano (21 luglio 1969) nel brano "Il ballo della luna" e il toccante ricordo a Marco Premoli, bassista della band negli anni '90, scomparso prematuramente, a cui è dedicata "Non sei mai andato via".
Line up: Cristina Lucchini e Laura Mombrini: voce e cori. Roberto 'Bobo' Aiolfi: basso. Alfio Costa: tastiere. Marco Freddi: batteria e percussioni. Fulvio Rizzoli: chitarre. Ospiti: Vincenzo Zitello: flauto, violoncello. Alda Bano: chitarra classica. Agnis e Anna Cavalli: voce.
In ascolto Clorofilla, terza traccia del disco
Submarine Silence: Atonement of a Former Sailor Turned Painter
Dopo un silenzio di quattro anni dal precedente “Did swans ever see God ?”, ecco il nuovo lavoro, il quinto della serie, dei Submarine Silence, uno dei numerosi progetti del polistrumentista, compositore Cristiano Roversi (Moongarden, Il Porto di Venere etc...).
Il full length dal titolo "Atonement of a Former Sailor Turned Painter" (espiazione di un ex marinaio divenuto pittore) è stato rilasciato dalla dinamica label Ma.Ra.Cash Records il 29 novembre. Quattro tracce più un bonus nella versione cd per tre quarti d'ora di un concept in cui le tracce come ben spiega Valentino Butti nella sua recensione
http://www.arlequins.it/pagine/articoli/alfa/corpo.asp?iniz=S&fine=T&ch=7722 "....sono come capitoli di una storia che si svolge in luoghi marittimi immaginari e senza tempo, ed ogni brano è pure un bozzetto, un quadro, con riferimenti sia letterari che cinematografici. In aggiunta, le liriche sono precedute da ulteriori osservazioni che specificano ed ampliano le vicende narrate ed il viaggio che sottintendono.
Line up: Manuela Milanese: voce. Guillermo Gonzales: voce, testi. David Cremoni: chitarre elettriche e acustiche a 6 e 12 corde. Cristiano Roversi: organo, pianoforte, mellotron. Marco Croci: basso. Maurizio Di Tollo: batteria e percussioni.
In ascolto il primo brano "Majestic Whales" con ospite alla chitarra lo svedese classe 1956 Roine Stolt (The Flower Kings, Kaipa, Tangent, Transatlantic...). Questa traccia, che è la prima dell'album, è di fatto una versione del brano di Anthony Phillips (il celeberrimo primo chitarrista dei Genesis) presente su “Sail the world” del 1994
Tra le proposte non progressive, segnalo il full length d'esordio del quartetto milanese swan•seas https://swanseas.bandcamp.com/album/songs-in-the-key-of-blue dal titolo "Songs in the key of blue" pubblicato sia in cd, sia in LP in edizione limitata in 200 copie. L'album è stato rilasciato il 24 maggio per Shore Dive Records (UK)
Line up: Corrado Angelini: voce/chitarra. Andrea Di Dedda: basso/voce. Daniele De Liberato: chitarra/voce/synth/programmazione. Enrico Buttafuoco: batteria
In ascolto/visione Drop the floor, ottava traccia dell'album
Il bassista Gabriele Guidi Colombi de “La Coscienza di Zeno” ci racconta qualcosa non solo della sua genesi artistica e del presente ricco di soddisfazioni musicali, ma apre i varchi del suo “Io” per i lettori di Mat 2020.
Ecco cosa ci ha narrato:
Gabriele, se ti dovessi presentare ad una persona sconosciuta, cosa diresti per prima cosa di te?
Ovviamente dipende dal contesto in cui ci si trova, tuttavia se in una situazione ideale dovessi presentarmi enunciando le prime caratteristiche delle quali ritengo d'esser investito direi "Piacere, sono Gabriele. Persona troppo sensibile, troppo romantica, troppo timida e troppo riservata". Felice d'esser così, assolutamente, anche se timidezza e riservatezza hanno portato molte persone a credere che io sia un po' snob e che me la tiri abbastanza. "Tirarmela per cosa?", mi chiedo. Eppure...
Qual è il tuo primo ricordo musicale?
Emerson, Lake & Palmer: sono loro il primo imprinting musicale forte e consapevole. Mi pare di vedere anche adesso la cassetta verde della Basf con registrato il loro esordio. In particolare, rammento con chiarezza la sensazione di fastidio che mi procurava la parte acustica di Lake in "Take a pebble": non si sentiva nulla! Imprecavo... e per anni ho pensato che quella famosa cassetta facesse schifo. In seguito, acquistando il vinile, capii che quel mezzo silenzio era voluto e non un difetto del povero supporto verde. Sì, Emerson, Lake & Palmer furono il mio primo amore musicale, ma oggi quell'amore non è più cieco come una volta. D'altronde, è un sentimento che non può mantenere per sempre la stessa intensità, cristallizzandosi in un "eterno primo giorno". L'amore si trasforma giorno dopo giorno. Resta tale ma diventa più maturo, critico e coscienzioso.
Quali erano i giochi che ti appassionavano da bambino e quali aspirazioni ti ponevi nell’età infantile?
Subbuteo su tutto e tutti. Ho passato degli anni sopra quel panno verde, pomeriggi interi passati a organizzare tornei, scrivere risultati e stilare classifiche. Indirettamente è stato anche grazie a questo gioco e alla mia relativa solitudine (da bambino uscivo da solo molto di rado) che è nata la mia passione verso la musica. In questi lunghi pomeriggi dove rubavo tempo allo studio -campo nel quale non ho mai brillato- giocavo una marea di partite e nel frattempo col mio registratore iniziavo ad ascoltare i primi dischi importanti per il mio percorso: Tarkus, Fragile, A trick of the tail. Insomma, la passione per il Subbuteo è stata fondamentale nella mia personale crescita musicale. Gioco e musica, un binomio per me indissolubile.
Aspirazioni? Che domanda... essere un calciatore! Da bambino sognavo che da grande sarei diventato una figura mitologica in grado di cambiare e decidere il corso di ogni incontro di calcio. Peccato che mi siano state concesse altre virtù ma non quella del "fenomeno del pallone"; non a caso oggi in fondo alle gambe ho due incudini e non due piedi come normalmente richiesto per giocare a calcio. Peccato davvero... ma col tempo ho imparato ad accontentarmi di ciò che alla nascita mi è stato donato: per dire, non gioco bene al pallone ma almeno sono bravo a mangiar ravioli (anche per quello ci vuole del talento).
Ci racconti un tuo sogno nel cassetto dell’adolescenza, una fase della vita indiscutibilmente dinamica e non solo a livello ormonale?
Realizzato che il calcio e lo sport in generale potevano giusto esser considerati "sogni-nel-cassetto" (in quanto irrealizzabili), col tempo ho desiderato altro. Crescendo ho realizzato che la mia vera passione era la Musica. Compreso cosa davvero m'interessasse nella vita ho cominciato a cercare dischi d'ogni tipo e genere. La mia stanza, grazie anche all'ausilio di mio fratello, presto divenne un luogo dove alloggiavano "bulacchi" (come si dice a Genova) di cassette registrate, perchè i soldi per i long-playing in vinile scarseggiavano. Le cassette: un mondo di poetici fruscii, di tasti rossi con la scritta "REC" che se malauguratamente schiacciati per errore registravano il vuoto sopra a dei brani sacri. Bellissima l'emozione quando (dopo mesi d'attesa e al prezzo di un discreto investimento per una cassetta vergine di qualità) finalmente il mio compagno di classe delle superiori mi restituiva quel tesoro immateriale che era "la musica non ancora ascoltata". Divago, ma giusto per far capire cos'è la Musica per me. Prima del diploma non avevo mai toccato uno strumento in vita mia, poi quasi per caso mi fu prestato un Fender Mustang '69 (sigh, che ricordi!), avevo 19 anni... e da quel giorno iniziò il mio percorso. Una strada lunga ma che mi porta proprio in questi anni a realizzare in concreto, giorno dopo giorno, il mio sogno-nel-cassetto. Non è dunque più un sogno, una fantasticheria, ma qualcosa di chiaro, forte, vivo e si chiama La Coscienza di Zeno. Un sogno inseguito con forza e fatica ma che mi ha portato ad essere completamente appagato dalla musica composta negli anni assieme agli altri coscienziosi: per esempio, quando ascolto "La temperanza" mi riempio d'orgoglio. Esagero? Non sono proprio obiettivo? Non so, di certo è genuino quel che sento. Ripensando alla domanda... io vivo da sempre nell'adolescenza. Adoro essere un uomo-adolescente e quindi ho il diritto d'avere ancora almeno due sogni. Il primo è suonare con CdZ in un altro continente: America, Asia, Luna ... quello che volete, va bene tutto. Il secondo è quello di registrare un disco di cover di prog minore, cose Paradiso di Robots, La Bottega dell'Arte, I Vermi, Chetro & Co. Riuscissi a realizzare almeno uno di questi due sogni! Sarà difficile ma non mollo. Insomma, mai rinunciare ai sogni-nel-cassetto altrimenti, col tempo, ci si ritrova orfani di ogni obiettivo, aspirazione e stimolo.
Ti ricordi il primo disco che hai acquistato, quale emozione hai provato?
Furono due classiconi in vinile: "Works" degli ELP e "Drama" degli Yes. Spesi circa quindicimila lire in tutto ed ero emozionatissimo nel portare il sottile sacchetto verso casa. Quando sentìì "Pirates" mi emozionai come un bambino: la voce di Lake, il magistrale arrangiamento orchestrale, l'epicità di tutta la musica degli ELP riversata in quello che è forse il loro ultimo grande brano. Oggi, con la maturità, tutto viene ridimensionato, ovvio. Il kitsch è sempre dietro l'angolo riascoltando "Pirates", ma nel fascino degli ELP è forte anche questa componente circense un po' demodé. Se non sopporti questo fattore non sopporti neppure il trio altrimenti, come nel mio caso, lo ami. A proposito di circo: "Drama" mi colpì allo stomaco col riff iniziale di "Machine Messiah" e dopo quello con una serie di altri colpi potentissimi alla mia sensibilità sinfonica... insomma, uno dei miei dischi preferiti degli Yes. Comunque questi due vinili s'andarono a sommare all'esigua collezione di vinili allora esistente in casa Guidi-Colombi. Oggi tale colonia non è enorme ma nemmeno più tanto esigua, ma il ricordo dell'emozione che provai nell'acquistarli fu unica e assolutamente indimenticabile.
Le persone a te care quanto hanno influenzato le tue scelte musicali?
Faccio parte di quella schiera di nerd che si avvicinò al prog grazie all' influenza del famoso "fratello maggiore". Sono nato nel '73 e mio fratello nel '66, quindi quei sette anni di differenza hanno permesso a lui di usufruire degli ultimi sussulti del prog come fenomeno commerciale (Asia, ad esempio) e a me di crescere immerso in hammond e mellotron vari. Oggi lui ascolta per lo più jazz. Sono io quello che si è "soffermato" sul progressive. La maggiore parte della musica che ascolto si può incanalare nell'enorme calderone del prog. Ovvio che poi nel corso degli anni una miriade di persone ti consigliano questo o quel disco ma fondamentalmente è mio fratello colui che, involontariamente, mi ha spinto verso questo genere.
Quando ti sei messo a suonare il basso e come mai hai scelto questo strumento?
Come accennavo prima, ho iniziato in età relativamente tarda, sui 18/19 anni. Come tanti coetanei, una volta centrato l'obiettivo di riuscire a non farmi mai bocciare nel corso dei cinque anni di superiori, si parò davanti a me la fase della "disoccupazione fisiologica": si preannunciava lunga e venne colmata grazie all'infinita gentilezza di Giorgio Bottaro, zio della mia ragazza di allora. Fu lui a prestarmi il già citato Mustang col quale iniziai a strimpellare le prime incerte note. La mia non fu la scelta di uno specifico strumento, quanto piuttosto un'occasione per ingannare la noia della disoccupazione. Parliamoci chiaro: se mi avessero prestato uno xilofono mi sarei buttato anima e corpo sullo strumento, proprio come invece ho fatto col basso elettrico. In ogni caso la -chiamiamola così- "chitarra a 4 corde" è da sempre stato uno tra i miei strumenti preferiti e non passa giorno in cui io non benedica il giorno in cui iniziai a sfiorarlo. Il mio è un amore incondizionato verso lo strumento: sentire le sue vibrazioni e le sue frequenze, tentare di migliorare il suono piuttosto che ricercare la tecnica a tutti i costi, scoprire di continuo che tu non sei altro che l'altra metà del basso stesso, capire che lui senza di te non è lo stesso e viceversa. Per me tutto questo non ha prezzo ed è per tutto questo che nonostante gli anni nessun altro strumento mi ha mai affascinato altrettanto.
Il tuo bassista preferito della storia?
"Domanda delle 100 pistole" come soleva dire il sempiterno Sandro Paternostro... a dire il vero ce ne sono a "bulacchi" (eddài) ma ne voglio scegliere uno perchè la domanda, chiara e diretta, merita una risposta all'altezza. Penso, penso e ripenso e rispondo: John Wetton. Un artista a tutto tondo: King Crimson, Family, Uriah Heep, Roxy Music, UK, Asia... e altro ancora. Insomma, non tutti possono vantarsi di avere suonato, o collaborato, con così tanti nomi importanti e con risultati così entusiasmanti. Ho sempre sostenuto che pagherei oro per scrivere la linea di basso di "Starless"... essere bassista e trovarsi di fronte a codesta parte equivale a confrontarsi col Divino, sì. Unto dal Signore; ecco, il giorno in cui ha ultimato la linea di basso di "Starless", John Wetton è stato unto dal Signore. All'interno di quel brano si può trovare tutto il chiaroscuro che lo strumento può esprimere. Ovvio che poi l'enorme talento di Wetton si sia espresso in tantissime altre canzoni, ma questo episodio è il suo vertice ed è ciò che me lo fa preferire ad altri bassisti. Vogliamo poi parlare del suo timbro vocale e delle sue capacità interpretative? Personalmente lo trovo un Gigante; un gigante un pochino più gigante degli altri giganti.
Hai voglia di sintetizzare il tuo curriculum come musicista?
Non sono giovane e non sono anziano. Sono in quella fase in cui il curriculum inizia ad essere sostanzioso e quindi per forza di cose bisogna essere un po' sintetici. Ci provo, via. Partendo dall'inizio, i Trama! Fu con loro che mossi i primi passi e sempre con loro che iniziai ad usare anche la parola "culo" pensando di proferire chissà quale termine blasfemo. Fui contattato dal gruppo tramite Luca Scherani e dopo qualche tempo provai la prima volta con loro, suonando "Our Song" degli Yes e "Easter" dei Marillion. Penso di essere stato arruolato per mancanza di alternative, in quanto unico bassista a disposizione... "meglio che niente", devono aver pensato. Con i Trama suonai la prima volta dal vivo a Santa Margherita Ligure e soprattutto iniziai ad assaporare la gioia di comporre musica e di arrangiarla. Dopo qualche tempo, grazie a Mauro Moroni, pubblicammo nel 1999 un disco d'inediti: "Prodromi di finzioni sovrapposte". Era neo-prog un po' all'acqua di rose e non riscosse troppo successo nel settore. Conclusasi l'esperienza-Trama, dalle schegge del gruppo scaturirono vari embrioni di band e io mi ritrovai a militare in quello che rispondeva al nome di Hidebehind. Questa formazione è andata avanti per qualche tempo proponendo un prog sinfonico dai toni un po' dark. Parallelamente agli Hidebehind prese forma la primissima line-up de Il Tempio Delle Clessidre col quale suonai per circa un anno per poi lasciare entrambe le formazioni per motivi personali. Successivamente entrai negli Armalite con i quali suonavo un neo-prog molto vicino agli IQ. Il sound era tanto orecchiabile quanto complesso ed era una gioia per me misurarmi con quegli intricatissimi brani. Purtroppo riuscimmo a registrare solo alcuni pezzi per delle compilation della Muséa e il loro album (composto molto prima del mio arrivo) non fu mai pubblicato... un vero peccato. Mentre suonavo con gli Armalite iniziai a pensare che dovevo dar vita a qualcosa di "profondamente mio". Fu a quel punto che assieme ad Alessio Calandriello e Andrea Orlando fondai il primo nucleo de La Coscienza di Zeno. Dopo qualche tempo la "mia" (finalmente!) band divenne un impegno davvero pressante e quando fu chiaro che non potevo più a lungo sostenere una doppia militanza, dovendo fare una scelta sacrificai -ovviamente- gli Armalite. Gli esordi di CdZ non furono semplici, ma dopo qualche tempo in cui girarono attorno al "mondo coscienzioso" un po' di musicisti, s'arrivò ad una formazione stabile che si mantiene grossomodo intatta dal 2007 ad oggi. Nel frattempo non posso non menzionare la mia presenza nei Not A Good Sign, con i quali registrai il primo disco omonimo, prendendo anche parte al loro debutto live a Milano. Gruppo impegnativo i NAGS, forse troppo per il sottoscritto. Le nostre strade si separarono poco dopo l'uscita del disco. Le mie condizioni di musicista pressoché autodidatta e di lavoratore a tempo pieno non erano compatibili con il contemporaneo impegno in due gruppi del livello de La Coscienza di Zeno e Not a Good Sign.
Oggi sono focalizzato solo ed unicamente su CDZ, profondendo in essa tutto l'impegno, le energie e il tempo che una persona che si guadagna il pane al di fuori della musica può permettersi. No, non sono riuscito ad essere sintetico. A volte mi è davvero difficile...
Tu sei un valente musicista/compositore e scrivi anche testi come ad esempio lo splendido “Il centro sottile” del primo disco de “Il Tempio Delle Clessidre”. Cosa ti offre più soddisfazione tra suonare e comporre versi?
Iniziai a scrivere testi alla superiori, d'altronde la ragioneria non è mai stata la mia passione e durante le lezioni noiose (cioè tutte) mi dilettavo a non ascoltare gli insegnanti scrivendo castronerie varie. Scrivere versi è bellissimo. Tempo fa era una mia valvola di sfogo, poi arrivò la musica suonata e da quel momento mi concentrai maggiormente nell'esprimere me stesso tramite il basso elettrico. A dire il vero non sono mai stato una persona che scrive testi in continuazione: sono poco prolifico sotto questo punto di vista ed altrettanto poco produttivo sono in quanto compositore; fortunatamente non ho alcun obbligo temporale e quindi attendo sempre la necessità di dire qualcosa (testo e/o musica) piuttosto che impormi di cavare a tutti i costi dal niente un'idea purchessia. Tornando alla domanda, credo comunque di provare più soddisfazione nel suonare piuttosto che nel comporre versi. Non saprei motivare con esattezza questa preferenza, forse potrei cercarla nella soddisfazione immensa che mi deriva dal comporre un brano e poi risentirlo arrangiato dal gruppo.
Quali sono le difficoltà e le gioie di essere membro di un ensemble tipo “ La Coscienza Di Zeno”, che ha sfornato recentemente un gioiellino discografico come “La notte anche di giorno”?
CDZ è foriera di gioie e di dolori, come tutte le cose. E' normale, fisiologico. In certi momenti sbranerei i miei compagni e altri in cui vorrei essere donna per poterli amare. Di problemi ne esistono a iosa. C'è quello che vorrebbe percorrere una strada mentre il resto del gruppo decide diversamente, c'è quell'altro che attraversa un periodo "no" e manda a quel paese chiunque... ma, suvvia, sono dinamiche del tutto nella norma in un contesto umano composto da ben sette teste, per giunta totalmente indipendenti l'una dall'altra. Credo sia normale che in un gruppo non vada sempre tutto liscio. CDZ ha però sofferto di pochi contrasti davvero seri e questo ci ha portato ad avere una formazione piuttosto stabile nel corso degli anni. Questa stabilità (a differenza di altri gruppi che magari mutano faccia ad ogni uscita) ci ha permesso di maturare insieme, di capirci maggiormente e di integrarci meglio. Ecco come siamo arrivati a creare un lavoro complesso come "La notte anche di giorno". Il nostro terzo disco è composto da musica fondamentalmente orecchiabile ma molto più intricata dal punto di vista strumentale rispetto agli altri nostri lavori. Tutto questo non sarebbe stato possibile a fronte di troppi sconvolgimenti nella formazione. Alcune recensioni descrivono la nostra musica come "stratiforme": il primo ascolto è lo strato "orecchiabile", quello che ti può catturare subito, poi dal secondo ascolto in poi è tutto uno scoprire altri particolari. Queste recensioni ci hanno gratificato molto, perchè uno dei nostri obiettivi era esattamente quello di far sì che ogni ascolto risultasse diverso dal precedente. Utopia? Chissà. A quanto pare, però, l'obiettivo è stato raggiunto e la nostra gioia è impareggiabile. Altre gioie? I vari live che nel corso degli anni stiamo tenendo a ritmo abbastanza costante: è bello rivivere ogni volta le stesse battute, i soliti rituali pre-concerto e le forti emozioni che solo suonare musica dal vivo ti può dare. Insomma una delle grandi gioie del suonare per anni col medesimo gruppo di persone sempre è la complicità che si sviluppa col tempo. Complicità, il fattore che incrementa in modo esponenziale la creatività del collettivo.
Hai il prog tra le corde, ma ami altri generi musicali?
Assolutamente si. Non ho pregiudizi in merito ed ascolto un po' di tutto. Al di fuori del prog apprezzo soprattutto i cantautori italiani che nel corso degli anni hanno sviluppato anche un discorso musicale apprezzabile, senza focalizzarsi unicamente sui testi: Dalla, Fossati e De Andrè sono i primi (e i più famosi) che mi vengono in mente.
Non mi differenzio certo dalla massa nel momento dichiaro il mio grande amore per i Beatles e i Beach Boys e -più in generale- per tutta la musica contraddistinta da quella certa patina "vintage" così tipicamente sixities/seventies... fra le produzioni recenti provo piacere ad ascoltare alcuni dischi di post-rock, su tutti gli inarrivabili Godspeed You! Black Emperor. Apprezzo anche alcune cose di jazz, nella sua accezione più moderna... in particolare le produzioni della ECM sono autentici feticci per il mio personale sollazzo uditivo. Insomma ascolto di tutto. Sono ben consapevole che ascoltare solo prog, genere che diventa giorno dopo giorno sempre più manieristico, sarebbe molto limitativo e forse un po' noioso. Limitarsi ad ascoltare solo un genere è come avere due occhi sani e mettersi una benda per tapparne uno ed assomigliare a un pirata... insomma, nel 2015 sarebbe un po' da pirla.
Quale brano della storia della musica ti sarebbe piaciuto comporre e perché?
Sempre uno solo? E va bene. A dire il vero non passa giorno in cui, ascoltando una canzone, io non pensi "ah, questa l'avrei proprio voluta comporre io!", ma oggi risponderei "C'è tempo" di Ivano Fossati. In quel brano ci sono tutto l'amore e la nostalgia che una persona può provare in certi momenti, in quei versi si trovano tutte le speranze e i sogni che si possono ancora provare alla fine di giorni felici. "C'è un tempo perfetto per fare silenzio / guardare il passaggio del sole d'estate / e saper raccontare ai nostri bambini quando / è l'ora muta delle fate"
Non si può aggiungere altro. Non si può descrivere in modo migliore la speranza che una persona cova il giorno successivo alla fine di un amore. Senza parlare del tema musicale che accompagna il lento recitato di Fossati: un brano perfetto che non manca mai di commuovermi ogni volta che l'ascolto. Oggi quindi rispondo "C'è tempo" di Fossati, ma domani potrei magari rispondere "Poisoned youth" degli England, due brani diametralmente opposti. Insomma ogni giorno l'idea varia, com'è normale che sia. La musica è umorale e col tempo le sensazioni che suscita mutano assieme ai desideri di una persona. Nella fruizione dell'Arte non esiste certezza alcuna, ma solo la consapevolezza di come ognuno vive l'Arte stessa.
Il disco della tua vita?
Nello scegliere il disco di un'esistenza mi dirigo verso "Forse le lucciole non si amano più" , senza titubanze né incertezze. Quando lo ascoltai per la prima volta fu come un fulmine a ciel sereno per me. La summa di tutto quello che cercavo in un disco era lì, racchiuso dentro a una copertina meravigliosa. Musica romantica e sinfonica senza cali di tensione, rivestita dalla voce di Leonardo Sasso che ti accoglie e ti mostra il mondo della Locanda delle Fate. Rimasi esterrefatto: un insieme di tecnica e cuore che raramente ho ritrovato in altri dischi. Certo, la Locanda non inventò nulla... ma come sostengo da anni, personalmente cerco Musica che mi porti a far vibrare le corde dell'anima e "Forse le lucciole non si amano più" è lo strumento adatto per osservarmi dentro e tirare fuori quello che a volte si vuole tenere dentro per paura. Il disco della vita non deve necessariamente essere un "White Album", è invece essere quello che meglio ti descrive.
Se qualcuno ti dicesse che sei “una testa di basso” (titolo di un vecchio disco di Saturnino, N.d.R) cosa gli risponderesti?
Ma magari!!! Per me sarebbe un bellissimo complimento, a quel punto saprei che tutti i miei sacrifici sono stati ripagati. Il fatto che qualcuno mi possa associare al mio strumento mi farebbe un enorme piacere. A dire il vero vengo semmai apostrofato come "quello che ha il Laurus"... il che non è proprio un complimento, visto che vengo identificato con uno strumento in mio possesso piuttosto che con i suoni prodotti dalle mie dita. Tant'è: nella musica mi tolgo delle soddisfazioni in frangenti diversi dalla tecnica e se un giorno qualcuno si ricorderà del mio nome non sarà certo perchè sono stato un innovatore dello strumento.
Il libro della tua vita?
Più che un libro, proporrei un racconto: "Nella Colonia Penale" di Franz Kafka. A mio avviso rappresenta il vertice della sua produzione e continua ad affascinarmi dai tempi delle superiori. Trovo oltremodo affascinante il suo raccontare di questa sorta di "rimanere appesi" scritta nel destino ineluttabile di ogni uomo. Ogni volta che ripasso questo scritto mi sale l'ansia, cresce l'apnea dell'incomprensibile. Ogni volta mi chiedo del perchè tutto accada. Mi chiedo se il racconto abbia un senso o se sia piuttosto un'idea estemporanea e successivamente elaborata ad arte per creare gli interrogativi che nascono dopo ogni dialogo tra i pochi protagonisti.Leggere poi dell'incomprensibile sadismo della macchina per le esecuzioni capitali ha il fascino oscuro proprio della Natura umana nelle sue espressioni più incontrollabili e sorprendenti. Sì, "Nella Colonia Penale" sarà anche cervellotico, ma rappresenta appieno le grigie e chiuse sensazioni dell'opera di Kafka.
Preferisci avere o essere?
Essere, ovvio. Come potrebbe essere diversamente, dato il mio approccio "quasi minimalista" alla vita? Premesso che con "avere" si possono descrivere mille contesti, ad esser onesti non è che "avere" sia poi una cosa così schifosa, sia chiaro... ma non fa parte della mia natura. Per avere a sufficienza (ammesso e non concesso che si riesca ad avere "a sufficienza") dovrei cambiare Gabriele partendo dalle fondamenta e a quasi quarantadue anni non ne esistono né i presupposti né il desiderio. In effetti, nemmeno in passato s'è mai palesata la voglia di ricercare un qualcosa di così lontano dal mio mondo. L'essere viene sempre prima anche e soprattutto per una questione d'onestà di base. E' una semplice questione di rispetto, quel rispetto dovuto ai vari interlocutori con i quali la vita ti porta a condividere vari tratti del cammino.
Estunno, la crasi tra le parole estate ed autunno, è un nickname che usi spesso. Il popolo del Prog sa che è chiaro riferimento al celeberrimo brano de La Locanda delle fate "Sogno di Estunno". Cosa rappresenta per te questo brano?
"E' strano sai, la pioggia che cade sul prato, i grilli cantano già / E' strano sai, l'estate ha mille colori che quasi non vedo più / E' strano sai avere tanta voglia di correre e muover piano i passi / Per non sciupare l'attimo di libertà". "Sogno di Estunno", soprattutto nella frase che ho riportato, descrive con chiarezza e aderenza a dir poco sconcertanti alcune emozioni che a volte vivo e che adoro provare in solitudine. Dell'importanza che il primo disco della Locanda Delle Fate ha per me ho già detto prima e la scelta del nickname Estunno data a più di dodici anni fa. A quei tempi ero ancora un ragazzo (o dovrei dire un giovine fanciullo?) dall'anima molto sensibile. Ragazzo o fanciullo che fossi, ancora dovevo prendere un po' di pugni in faccia e questi momenti mi si presentavano spesso. Oggi la mia pelle è ben più dura rispetto agli anni in cui scelsi di chiamarmi Estunno e si presentano sempre più di rado. Sono tuttavia certo che essi non spariranno comunque mai del tutto, perchè sono da sempre parte di me, della mia essenza.
Come vedi il tuo futuro musicale tra progetti, speranze ed utopie?
Il futuro sarà come il recente passato e quindi completamente dedicato a La Coscienza Di Zeno e al quarto capitolo della sua storia. Ho già le idee chiare al riguardo e a giorni il gruppo si riunirà per capire dove andremo a parare col nuovo disco. Fra le mie speranze legate a questo nuovo lavoro si annida quello che forse resterà un sogno: una cover di "A Cynthia", della Bottega dell'Arte. Mi piacerebbe che nel prossimo disco ci possano essere delle sorprese ma ora, con "La notte anche di giorno" uscito solo pochi mesi fa, è davvero troppo presto per fare previsioni a riguardo. Utopie? Pensandoci bene, rifuggo da esse. Troppo cocenti le delusioni che ho patito per arrivare a capire che le utopie sono -per l'appunto- solo utopie. Meglio limitarmi alle speranze, anche perchè sono le ultime a morire e spesso si concretizzano. Gli ultimi anni di CdZ lo dimostrano ampiamente. Le speranze più grandi? Suonare al Loreley, negli USA e in Giappone! Sono speranze del tutto commisurate al valore della band e ai riscontri che il pubblico estero sta offrendoci, direi.
In conclusione, consiglia ai lettori un brano ove hai suonato.
Per concludere ho scelto di consigliare quello che ritengo il brano più “coscienzioso” della Coscienza di Zeno … “Sensitività”. In questo brano trovo piacevole il suo sapore così retrò e legato ad un sottobosco del prog italiano meno conosciuto. Questo brano è uno dei regali che la Musica mi ha saputo donare e sono felicissimo di condividerlo con voi.