I Reserve de March sono una band che si è formata nel 2010 a Mosca grazie all'esperto chitarrista Alexander "Lex" Alekseev che ha dapprima chiamato accanto a sè la sezione ritmica composta da Dmitry Pomogaev (batteria) e con Audrey Bagdasarov al basso. Il trio russo, con questa formazione, ha pubblicato il primo album "The Last Twenty Years" nel 2012 tramite l'etichetta russa Mals Records, bissato da "Inside the drama" tre anni dopo con Nikita Kharitonov al basso. Il loro sound è un mistura di post-rock e post-metal con afflati space- progressivi. Sito ufficiale: http://reservedemarcheband.com Link utile: https://reserve-de-marche.bandcamp.com/album/the-last-twenty-years Qua in versione live 2015
Leech è un progetto Estone composto dai musicisti Erik Neuman (batteria), Magnus Andre (basso), Ivo Koopuud (chitarra) e dal cantante Rainer Peterson. Il nome, che in italiano è traducibile come sanguisuga, prende spunto dall'omonimo personaggio della linea di giocattoli Masters of Univers ( https://it.wikipedia.org/wiki/Leech). La band si è formata nel 2000 e, dopo un demo nel 2001 e due singoli: "Disconnected" (2003) e "Powerfields" (2006), nel 2007 ha rilasciato l'unico album "Tram-O-Gram" per poi sciogliersi poco dopo. Il sound proposto è una mistura di prog metal con riferimenti doom, grunge e stoner. Sito ufficiale: http://www.leechband.net
I Lamagaia sono un ensemble di Goteborg che si è formato all'inizio del decennio. Il nome della band deriverebbe da una storpiatura della parola tedesca Lämmergeier che in italiano si traduce in Gipeto o Avvoltoio barbuto, un uccello rapace presente anche in Europa, vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Gypaetus_barbatus. Il quartetto svedese ha finora rilasciato- coadiuvato dal sassofonista Alexander Wennergrenun- solo un album omonimo di 35 minuti e due soli suite/brani tendenti allo space progressive psichedelico con chiari riferimenti krautrock. Line up: Carl: basso. Micael: batteria.Tobias: chitarra, synth. Tore: chitarra, organo, synth Sito ufficiale: http://www.lamagaia.se
La band finlandese degli Utu ( nome d'arte anche di Ken Ishii, un noto musicista/disc jockey giapponese e anche due band metal: una brasiliana, l'altra delle Isole Cook) si è formata nel 2005. Hanno debuttato ufficialmente con il singolo digitale "Sailor / Calm Way to Go" nel 2012, all'attivo hanno tre full lenght: "Songs in Flesh Minor" all'inizio del 2013, "Pieces of unknown" il 1 Aprile del 2016 e "Russian Poets" il 15 Novembre 2017 con uscita in doppio vinile nella Primavera del 2018. Il tappeto sonoro è un crossover progressivo a volte space, orientato verso suoni intimisti , ricchi di sfumature malinconiche etnicamente aromatizzati con strumenti insoliti come il kantele strumento a corde , il guzheng strumento cinese simil cetra e il kalimba sansula. Il tutto procura piacere nella fruizione con il cantato in inglese della Poutanen(componente degli Aalto http://progressivedelnuovomillennio.blogspot.com/2014/04/aalto.html). Ultima Line up: Margit Urantowka: piano, tastiere, kalimba sansula.Iida Savolainen: viola. Katri Antikainen: violoncello.Petra Poutanen voce, guzheng. Tony Sikström: contrabbasso, basso, ewi, elettronica. Teemu Kiiskilä : chitarre e Aku-Pekka Kurjenniemi: batteria, glockenspiel, elettronica. Link utile: https://utuofficial.bandcamp.com
Gli Ebu Gogo sono un progetto musicale di Providence, capitale dello stato di Rhode Islands, che si è materializzato, per soli due dischi, a metà del primo decennio del 2000. Il trio fondatore ossia Justin Abene (basso), Gavin Castleton (sintetizzatore, tastiere) e Brendan Bell Leonard (batteria) erano componenti dell'eclettico gruppo dei Gruvis Malt ( vedi: https://en.wikipedia.org/wiki/Gruvis_Malt ). Il sound di questo combo strumentale, che si definisce band d'azione e d'avventura, è una mistura di hard progressive con imponenti incursioni di math-rock e afflati pankettari. Il nome del terzetto statunitense prende spunto dalla mitologia indonesiana, vedi: https://www.criptozoo.com/approfondimenti/2014/02/27/ebu-gogo-unindagine-antropologica. Nella lingua dei Nage, un popolo indigeno che vive nell'isola indonesiana orientale di Flores, ebu significa "nonna" e gogo "colui che mangia qualsiasi cosa", quindi il nome si potrebbe tradurre come "vecchio ghiottone".
Gli Echolot, in italiano si può tradurre come ecoscandaglio o sonar, sono un trio di Basilea che si è formato nel 2014 grazie al chitarrista Lukas Fürer, al bassista/cantante Renato Matteucci e al batterista Jonathan Schmidli. Due dischi all'attivo: "I" registrato nel marzo 2015 ma pubblicato un anno dopo e "Volva" nel 2017. Il loro stile fluttua da universi space rock progressivi a suoni più marcatamente stoner rock con sprizzate psichedeliche Sito ufficiale: https://echolot.space Link utile: https://darkseacreature.bandcamp.com
Il 2018 è stato un anno prolifico -artisticamente parlando- per l'ensemble genovese de La Coscienza di Zeno con la realizzazione di due dischi, entrambi per la label AMS Records. Della band ligure, di cui già parlammo diffusamente in questo blog, vedi : http://progressivedelnuovomillennio.blogspot.it/2013/07/la-coscienza-di-zeno.html e http://progressivedelnuovomillennio.blogspot.com/2015/02/la-coscienza-di-zeno.html , il 21 Maggio è stato rilasciato "Il giro del cappio", il primo live della loro storia, registrato nei Paesi Bassi (febbraio 2016) https://amsrecords.bandcamp.com/album/il-giro-del-cappio, sette tracce- tratte dai primi tre dischi- per settanta minuti di musica interpretata con vigore dalla classica formazione: Alessio Calandriello: voce, Gabriele Guidi Colombi: basso, Andrea Orlando: batteria, Davide Serpico: chitarra elettrica e Luca Scherani: pianoforte, tastiere, il tutto supervisionato dal sommo paroliere/compositore Stefano Agnini. Da segnalare la gotica copertina ispirata a Closer dei Joy Division. A fine anno, il 10 Novembre è uscito il quarto disco in studio dal titolo uguale ad un film noir del 2006 del regista abruzzese Fabio Del Greco ossia " Una vita migliore" . Il disco - https://amsrecords.bandcamp.com/album/una-vita-migliore -disponibile in tre differenti versioni: CD papersleeve, vinile nero 180 gr. con copertina apribile e una speciale edizione limitata in vinile rosso fragola con inserto, si snoda per cinquanta minuti divisi in sette tracce di cui due strumentali, in apertura lo scioglilingua simil magico "Lobe istu calabu" e in chiusura "Vico del giglio". Una vita migliore è un lavoro eterogeneo che si avvale della perizia tecnica di numerosi strumentisti ospiti e di una più corposa e tangibile collaborazione "gruppale" per la parte compositiva, un opera corale permeata anche da afflati vigorosi di prog da camera con oboe e flauto in grande evidenza. Il fascinoso artwork di copertina è stato realizzato dall' artista genovese, Jessica Rassi https://www.facebook.com/jessica.rassi di The Giant's Lab. La line up prevede Alessio Calandriello (voce), Gabriele Guidi Colombi (basso), Andrea Orlando (batteria, percussioni), Stefano Agnini ( synth, mini moog), Luca Scherani (piano, synth, mellotron, fisarmonica, bouzouki), coadiuvati dalla new entry Gianluca Origone (chitarra) e dagli artisti ospiti Marco Callegari (tromba), Sylvia Trabucco (primo violino), Alice Nappi (secondo violino), Martina Saladino (voce), Fausto Sidri ( voce, percussioni), Gaetano Galli (oboe), Davide Corso e Edmondo Romano (sax soprano), Melissa Del Lucchese (violoncello), Daniela Piras e Joanne Roan (flauto). Citando il brano- seconda traccia de "Una vita migliore"- che potete ascoltare qua sotto ossia "Il posto delle fragole", titolo che trae spunto e concetti dall'omonimo magnifico film di Ingmar Bergman, Orso d'oro a Berlino 1957, "...eppure niente accade per caso, il susseguirsi degli incontri.." con siffatte opere rock progressive, dimostrano quanto sia vitale questo tipo di sound anche nel declinare della seconda decade del ventunesimo secolo.
Molteplici le uscite discografiche 2018 nella galassia Progressiva o similare, tra gli album che ho potuto ascoltare ecco a voi i miei preferiti.
Oaksenham: Upon all the living and the dead
Ottima riconferma, dopo l'esaltante esordio del 2007 con Conquest of the pacific, per gli Oaksenham. La band armena si ripresenta con un lavoro di grande qualità rilasciato-per ora- solo in versione digitale il 20 Agosto.
In realtà l'opera doveva vedere già la luce nel 2013 essendo stato registrato e mixato nello studio "S'Harmony" ad Yerevan capitale dell'Armenia tra il febbraio e l'agosto 2012, ma per una serie di misteriose circostanze si è fatto attendere per un lustro.
Il titolo "Upon all the living and the dead" (Su tutti i viventi e i morti) riprende una frase del celebre novella del 1914 "The Dead" (I Morti) di Jame Joyce: " His soul swooned slowly as he heard the snow falling faintly through the universe and faintly falling, like the descent of their last end, upon all the living and the dead " ( E lenta la sua anima si abbandonò mentre percepiva la neve cadere debolmente su tutto l'universo e cadere debolmente, lieve come la loro definitiva discesa, su tutti i vivi e i morti). La proposta sonora si sviluppa per dieci tracce per un ora di musica per lo più strumentale. Sono due le tracce in cui si ode-sopraffina- la voce della guest star Shushan Petrosyan, in una di queste - "Muse" -è accompagnata anche da un trio di soprano: Anahit Papayan, Sona Varpetyan, Luisa Avagyan.
Il disco è sempre basato su un rock da camera neo classico con propensione al prog sinfonico ma -di tanto in tanto- fanno capolino fraseggi più arcigni e di più semplice fruizione. Un full lenght meritevole che -speriamo- possa avere anche una tangibilità di supporto fonografico.
Quando a Settembre sono venuto a conoscenza che era imminente l' uscita del secondo disco dei Bubu, leggendaria band argentina che aveva dato alle stampe
un solo disco “Anabelas” nel 1978 per poi sciogliersi, la mia mente
“progmaniaca” ha iniziato a sollazzarsi in attesa dell’album.
Il lavoro non ha assolutamente disatteso le speranze
di un full lenght all’altezza dell’opera prima. Daniel Andreoli
bassista/compositore, nonché deus ex machina della reunion del progetto
sudamericano avvenuta nel 2016, si è contornato di baldi strumentisti, producendo così un disco di grande qualità a cui i fruitori, tediati da mediocrità
musicali e poco stimolanti, si possono rivolgere senza remore.
Cinquanta minuti
di sound prog-rock sinfonico contornato da energia rock e spunti jazzistici, il
tutto diviso in otto tracce.
Line up: Daniel Andreoli: basso. Federico Silva:
chitarre. Julian Bachmanovsky: batteria. Alvar Llusá Damiani: violino. Juan
Ignacio Varela: sassofono tenore. Emilio Tomás Ariza: flauto traverso. Virginia
Maqui Tenconi: tastiere e direzione del coro.
Coro: Oscar Amaya Agostina Tudisco. Ana María
Battezzati. Pablo Mancuso. Emilio Tomás Ariza. Florence Stefanelli. Abigail
D'Angiolillo. Paula Liffschitz. Tina Haus
Gli ospiti: Lucas Aguirre: voce. Manuel De La Cruz
Zambrano: percussioni. Pablo Murgier: tastiere e Anibal Dominguez: flauto
traverso.
Gli Alco Frisbass, progetto transalpino
formatosi sull'asse Parigi- Rennes il 6 Maggio del 2013, è di fatto una
collaborazione virtuale attraverso computer e web dei polistrumentisti Fabrice
"Chfab" Chouette: tastiere, chitarre, voce, flauto dolce, fischietto,
percussioni e Patrick "Paskinel" Dufour: piano Fender Rhodes,
tastiere, programmazione di batteria, carillon. Il nome prende spunto da
uno degli pseudonimi del regista/attore/illusionista francese Georges Melies
(Parigi 1861-1938), in pratica l'inventore degli effetti cinematografici.
Quest'anno Paskinel & Chfab,
coadiuvati da Frédéric Chaput (chitarre elettriche e acustiche, basso,
tastiere, synth, percussioni), Jean-Luc Payssan (chitarra), Thierry
Payssan (piano) e Eric Rebeyrol (cornetta), hanno bissato la prima uscita
discografica “Alco Frisbass” risalente al 2015 con "Le
Bateleur". Entrambi i lavori sono stati rilasciati per la
dinamica Label milanese AltrOck http://www.altrock.it .
Il nuovo album, cinque tracce per quasi
tre quarti d’ora di musica, si sviluppa verso l’interessante proposta sonora
-meramente strumentale- in cui si fondono elementi sinfonici con afflati
jazz/fusion e il Canterbury sound tipico dei seventies.
Mother Turtle :Zea Mice I Mother Turtle, band di Salonicco, seconda città della Grecia per numero di abitanti (quasi 400.000), si è formata nel 2011 come jam band e il loro primo concerto dal vivo con il nome di Hogweed è dell' Aprile 2012. Il nome è poi è stato cambiato in Mother Turtle e il 4 ottobre 2013 è stato rilasciato il primo omonimo disco, a seguire nel 2016 Mother Turtle 2° e il 20 Febbraio di quest'anno l'interessantissimo concept Zea Mice. In quest'ultimo disco- otto tracce per cinquanta minuti di musica- l'ensemble del compositore Konstantinidis mescola con capacità: elementi sinfonici, folk, neo e heavy prog, influenze psichedeliche e afflati crimsoniani e jazzistici. Il prodotto risulta godibilissimo e conferma come la scena ellenica riesca a produrre gruppi di valore, vedi ad esempio i fascinosi Ciccada. Line up: Kostas Konstantinidis: chitarre, MiDi, ukulele, voce. Giorgos Theodoropoulos : tastiere, programmazione. Babis Prodromidis: sassofono. Alex Kiourntziadis: violino. George Filopelou: basso e Giorgos Mpaltas alla batteria. Nell'ultimo disco hanno collaborato al canto Elpida Papakosma, Apostolis Georgiadis alle percussioni e Aristotelis Mavropoulos voce narrante.L'artwork è di Synodinos Moschidis. Link utili: https://motherturtleband.bandcamp.com https://www.facebook.com/pg/MotherTurtleBand/about/?ref=page_internal
Gleb Kolyadin: Gleb Kolyadin Il talentuoso tastierista e compositore russo Gleb Kolyadin, assieme all'affascinante vocalist Marjana Semkina membro del duo Iamthemorning (tutto attaccato!) e pianista dell'ensemble Orquesta Primavera, ha iniziato una carriera solistica rilasciando il 23 Febbraio di quest'anno il primo omonimo disco per la label Kscope ( http://www.kscopemusic.com ). Il musicista di San Pietroburgo,nel disco di debutto, ci offre un lavoro estremamente interessante. Tredici tracce per oltre cinquanta di musica per buona parte strumentale, in cui s'intrecciano afflati jazzy, parti progressive sinfoniche con momenti classico-minimalisti in cui il pianoforte la fa da assoluto protagonista. Una prova dall'incedere delicato, elegante,di grande perizia tecnica ma anche di anima emozionale, senza cali di tensione. Line up del disco: Gleb Kolyadin: pianoforte a coda e tastiere. Gavin Harrison:batteria. Nick Beggs: basso.Theo Travis: flauto, sassofoni. Vlad Avy: chitarre. Evan Carson: bodhran e percussioni. Hanno collaborato -come guest star- il tastierista Jordan Rudess (Dream Theater) in un brano e i vocalist Steve Hogarth (Marillion) in due brani e Mick Moss (Antimatter) in uno. Link utile: https://glebkolyadin.bandcamp.com
Come da tradizione scelgo un disco internazionale che si discosta dell'universo progressivo. Quest'anno l'opzione si indirizza verso la solenne
musica degli anglo-australiani Dead Can Dance la cui proposta sonora ci delizia da trentasette
anni. Il loro ultimo disco in studio (di nove complessivi) “Dionysus” uscito il due
Novembre per [Pias] recording è, per chi scrive, di una bellezza folgorante.
Sette tracce, divise in due separate suite, per trentasei minuti di paesaggio
sonoro incantevole dove la coppia Lisa Gerrard (contralto australiano) e
Brendan Perry (baritono inglese) onorano la divinità greca (dio del vino e del
delirio mistico) Dioniso altresì noto come Bacco.
I
rimandi musicali sono molteplici con l’uso di strumentazioni folk da tutto il
mondo e il duo, utilizzando la tecnica del field recording, ha potuto
registrare ciò che la natura offre in maniera non artificiosa: dal cinguettio
degli uccelli latinoamericani agli alveari neozelandesi.
Un lavoro evocativo e ricchissimo a
livello sonoro che lascia un gusto di raffinato sapore ogni qualvolta se ne
fruisce.